Amba Aradam

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Amba Aradam
lang=it
Truppe italiane in movimento vicino all'Amba Aradam nel 1936
StatoEtiopia Etiopia
Altezza2 756 m s.l.m.
Coordinate13°20′N 39°31′E / 13.333333°N 39.516667°E13.333333; 39.516667Coordinate: 13°20′N 39°31′E / 13.333333°N 39.516667°E13.333333; 39.516667
Mappa di localizzazione
Mappa di localizzazione: Etiopia
Amba Aradam
Amba Aradam

L'Amba Aradam (amarico: አምባ አረደም, Āmiba Āredemi) è un altopiano montuoso (amba) situato a sud di Macallè e a circa 500 km a nord di Addis Abeba in Etiopia, nella zona del Debra Behan, nel Sud-Est della Regione dei Tigrè. Il monte e il suo nome sono noti, in Italia, soprattutto per l'omonima battaglia che, durante la Guerra d'Etiopia, le truppe italiane guidate da Filiberto di Savoia-Genova, duca di Pistoia, combatterono per conquistarlo il 15 febbraio 1936. Il nome del monte e della battaglia, attraverso una crasi, hanno dato luogo anche a una locuzione entrata nell'uso comune: ambaradan (o ambaradam).

Storia degli eventimodifica | modifica wikitesto

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Amba Aradam.

Il 10 febbraio del 1936 alle 8 del mattino, il generale Pietro Badoglio lanciò il primo attacco della battaglia dell' Amba Aradam. L'esercito era composto da soldati regolari e da volontari delle camicie nere, mentre gli ascari formavano la riserva. Il I° e III° corpo dei soldati italiani si spostarono sulla piana di Calaminò e quando calò la notte entrambi i corpi militari si accamparono lungo le rive del fiume Gabat.

L'11 febbraio 1936 la 4ª Divisione CC.NN. Tre gennaio e la 5ª divisione alpina Pusteria del III° corpo d'armata avanzarono da Gabat verso la parte ovest dell'Amba Aradam. Nello stesso tempo, il I° corpo d'armata si mosse ad est del monte. Il Ras Mulughietà aveva programmato di accerchiare le armate italiane, ma non fece in tempo.

I primi scontri avvennero il 12 febbraio 1936 a partire dalle 9:30, sulla sinistra dello schieramento italiano, dove le armate etiopi impegnarono sul costone Endà Gabér le Camicie Nere della 4ª divisione 3 gennaio. Gli attacchi vengono condotti dai soldati del Degiac Uodagiò Ubié, appoggiati da un nutrito fuoco di mitragliatrici e di cannoncini da 47 mm. I combattimenti si conclusero nei dintorni del villaggio di Taga Taga, con la ritirata delle truppe abissine. Anche la 4ª divisione 3 gennaio risultò provata dai combattimenti, tanto che si decise di farla sopravanzare dalla 5ª divisione alpina Pusteria.[1]

Alla sera del 14 febbraio 1936, le truppe italiane avevano raggiunto le posizioni desiderate e si unirono all'artiglieria per l'assalto finale.

Dalla mattina del 15 febbraio 1936, sotto la copertura sia dell'oscurità che di una densa nebbia, le armate italiane completarono l'accerchiamento della montagna. Quando giunse la luce del giorno gli etiopi decisero di attaccare nuovamente ma senza successo. La battaglia si concluse al calar della sera.

Le perdite, come dal comunicato di Badoglio, vedono un totale, fra morti e feriti, di 36 ufficiali, 621 soldati italiani, 143 soldati indigeni da parte italiana, ed una stima di circa 20 000 soldati etiopi, un vero e proprio genocidio.

La battaglia dell’Amba Radam si risolse grazie al gas iprite rilasciato a bassa quota dall’aviazione italiana, persino sui civili. A terra, i soldati spararono proiettili all’arsina e al fosgene, fortemente tossici. Di fatto, si tratta di una evidente, ma rinnegata per decenni, violazione della Convenzione di Ginevra del 1928[2]. L’ iprite attacca le cellule con cui entra in contatto, distruggendole completamente. Causa infiammazioni, vesciche e piaghe, agisce anche sulle mucose oculari e sulle vie polmonari. La sofferenza è disumana. Nel luglio del 1936 l’imperatore deposto, Hailé Selassié, denunciò tutto all’assemblea della Società delle Nazioni, l'organizzazione che ha preceduto l’Onu. L’Italia riconoscerà le sue colpe solo nel 1996, ammettendo l’utilizzo di armi chimiche in Etiopia, grazie alla desecretazione degli archivi voluta dall'allora ministro della Difesa Domenico Corcione.

Prove di genocidio avvennero anche nell’aprile del 1939, quando vennero chiuse le vie d’uscite delle grotte dell’Amba Aradam. All’interno furono localizzati alcuni partigiani etiopi. La loro resistenza si sgretolò sotto le bombe al veleno. Morirono soldati, uomini, donne e bambini. Chi sopravvisse all’iprite venne arso vivo con i lanciafiamme.[3][4]

Le sofferenze continuarono fino al 1941, quando gli inglesi presero il controllo della colonia italiana. Sono cinque anni di violenza indiscriminata, nascosta dal fumo dei gas: esecuzioni, stupri, campi di concentramento, torture. Nessuno ha pagato per aver violato i diritti umani. Uno dei responsabili, il governatore fascista dell’Etiopia Rodolfo Graziani, venne inserito nella lista dei criminali di guerra senza venire mai processato.

Usi linguisticimodifica | modifica wikitesto

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: ambaradan.

Gli eventi accaduti in questa località hanno originato il termine italiano "ambaradam", del quale la versione "ambaradan" ne è una pronuncia storpiata, il cui significato è, "confusione", "impresa complessa", qualcosa di simile a “baraonda”, dovuto anche al fatto che le due parole suonano simili. Nella battaglia dell'Amba Aradam gli italiani si allearono con tribù locali, a loro volta alleate con il nemico, e nello scontro si creò una tale confusione per cui nessuno alla fine era in grado di capire contro chi combatteva. Un gigantesco e sanguinoso teatro dell'assurdo, del quale la parola riprende curiosamente anche un'involontaria vena comica.[5]

Notemodifica | modifica wikitesto

  1. ^ Del Boca, La Guerra d'Etiopia, pp. 183 -185
  2. ^ Protocollo di Ginevra del 1928, su unipd-centrodirittiumani.it.
  3. ^ Paolo Rumiz - Etiopia quella strage fascista - da Repubblica del 22/05/2006, su ricerca.repubblica.it.
  4. ^ Matteo Dominioni, Lo sfascio dell'impero. Gli italiani in Etiopia (1936-1941), Laterza 2008
  5. ^ Paolo Stefanato, Dal rigattiere di parole: "Ambaradan", Il Giornale, 10 aprile 2012

Bibliografiamodifica | modifica wikitesto

  • Angelo Del Boca, Gli Italiani in Africa Orientale, vol. 2: La conquista dell'Impero, Roma-Bari, Laterza, 1979
  • Aram Mattioli, Entgrenzte Kriegsgewalt. Der italienische Giftgaseinsatz in Abessinien 1935-1936, in «Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte», 51 (2003), n. 3, pp. 311–338 PDF dell'articolo
  • Franco Bandini, "Gli italiani in Africa (1882 - 1943). Arnoldo Mondadori Editore giugno 1980 pp. 426
  • Domenico Chianesi - Salvatore Scalise, La 27a Divisione "Sila" in Africa Orientale. Catanzaro 1935 - 1936. Ursini Edizioni novembre 2015 pp.318

Voci correlatemodifica | modifica wikitesto