Battaglia delle Alpi Occidentali

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Battaglia delle Alpi Occidentali
parte della campagna di Francia nella seconda guerra mondiale
Italian occupation of Menton 1940.jpg
Truppe italiane a Mentone nel giugno 1940
Data10-25 giugno 1940
LuogoAlpi Occidentali
EsitoArmistizio di Villa Incisa
Modifiche territoriali
  • Occupazione italiana di Mentone e di altri piccoli centri a ridosso del confine
  • Creazione di una zona demilitarizzata lungo la frontiera
Schieramenti
Comandanti
Umberto di Savoia (Gruppo armate ovest)
Alfredo Guzzoni (4ª Armata)
Pietro Pintor (1ª Armata)
René Olry (Armée des Alpes)
Effettivi
~300.000 uomini[1][2]~85.000 uomini (175.000 sommando i servizi)[2]
Perdite
631/642 morti
616 dispersi
2.631 feriti
2.151 congelati[3][4]
20 morti[5]
84 feriti[3]
150 dispersi
155 prigionieri[6]
Durante i diversi bombardamenti aerei e navali di entrambe le parti si registrarono complessivamente 54 morti tra i civili italiani e 143-144 civili morti e 136 feriti nella popolazione francese.
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Con il termine battaglia delle Alpi Occidentali (in francese Bataille des Alpes) si fa riferimento all'insieme delle azioni di guerra avvenute fra il Regno d'Italia e la Francia tra il 10 e il 25 giugno 1940. Con l'entrata in guerra dell'Italia a fianco della Germania nazista durante le fasi finali della campagna di Francia, l'esercito italiano venne schierato lungo la frontiera con la Francia dove intraprese alcune velleitarie azioni offensive ben contenute dall'esercito francese; solo dopo lo sgretolamento dell'Armée française di fronte all'inesorabile avanzata della Wehrmacht, il governo di Philippe Pétain chiese l'armistizio alle potenze dell'Asse. Dopo limitati guadagni territoriali e un sostanziale fallimento strategico italiano, il 24 giugno 1940 venne firmato a Villa Incisa nei pressi di Roma l'armistizio tra Francia e Italia, che entrò in vigore il giorno seguente, sancendo così la fine delle ostilità e l'inizio dell'occupazione italiana della Francia sud-orientale.

Contesto storicomodifica | modifica wikitesto

Con lo scoppio del conflitto, la fine della campagna di Polonia e la dichiarazione di guerra di Gran Bretagna e Francia alla Germania nazista, fra il novembre 1939 e il marzo 1940 caddero definitivamente anche le ultime speranze di pace in Europa. In quei mesi di stasi operativa sul fronte occidentale, definiti dalla storiografia come "strana guerra", le forze armate tedesche occuparono in aprile prima la Danimarca e successivamente la Norvegia, assicurandosi una via sicura per l'importazione di metallo svedese e anticipando così i piani anglo-francesi tesi a impedirlo. La campagna nel nord rientrava nel piano strategico tedesco per la conquista dell'occidente: protetta alle spalle dalla conquista della Polonia e della Cecoslovacchia, nonché dal trattato di non aggressione con l'Unione Sovietica e coperta sul fianco meridionale dall'alleanza con l'Italia, con l'occupazione della Norvegia la Germania allontanò anche lo spauracchio del blocco navale britannico e iniziò i preparativi per l'attacco risolutore ad occidente[7]. L'attacco alla Francia ebbe inizio il 10 maggio 1940, cogliendo di sorpresa anche l'alleato italiano: Benito Mussolini, come accadde per l'invasione della Polonia non venne informato dei preparativi di guerra, e ricevette la notizia solo alle cinque del mattino di quello stesso 10 maggio per mano dall'ambasciatore tedesco a Roma Hans Georg von Mackensen[8]. La notizia dell'inizio dell'offensiva non fece piacere al duce, anche se a von Mackensen disse che «approvava toto corde l'azione di Hitler», dopodiché inviò a Berlino un messaggio dai toni vaghi che il conte Galeazzo Ciano definì «caldo ma non impegnativo», ma che era nei fatti un passo importante verso la via dell'impegno bellico[9].

L'Italia entra in guerramodifica | modifica wikitesto

Nell'agosto 1939 Mussolini fu messo di fronte alla scelta di scendere o meno in campo a fianco di Adolf Hitler, ma conscio dell'impreparazione del proprio esercito e dell'industria italiana, optò per l'ambigua posizione di «non belligeranza», che mantenne fino al giugno 1940[10]. Mussolini sapeva bene che l'Italia non era in grado di sostenere una guerra europea, e questa fu la giustificazione più ovvia che portò alla non belligeranza (anche se al paese venne raccontato ben altro), con cui il duce ammise implicitamente il fallimento della politica di potenza che aveva condotto ben al di sopra delle capacità del paese[11]. D'altro canto egli stesso sapeva che l'Italia non poteva «rimanere neutrale per tutta la durata della guerra, senza dimissionare dal suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello di una Svizzera moltiplicata per dieci»[11], e tale prospettiva non poteva essere ammessa. Restava la speranza di poter condurre una «guerra parallela» che avrebbe consentito all'Italia fascista di raccogliere qualche guadagno territoriale senza perdere la faccia[12]. La notizia dell'offensiva tedesca fece rimanere gli italiani col fiato sospeso, tutti più o meno consapevoli che da essa dipendevano le sorti dell'Europa e dell'Italia in primo luogo, e causò in Mussolini una serie di reazioni contrastanti che «con gli alti e bassi tipici del suo carattere» continuarono ad accavallarsi rendendolo incapace di prendere una decisione che sentiva di dover prendere e voleva prendere, ma alla quale tutto sommato, cercava di sottrarsi[13]. Contemporaneamente la diplomazia europea si impegnò per evitare che Mussolini scendesse in campo: per impreparata che fosse l'Italia, il suo apporto sarebbe potuto essere decisivo per piegare la resistenza francese e avrebbe potuto creare grosse difficoltà anche alla Gran Bretagna. Il 14 maggio, su insistenza francese, Franklin Delano Roosevelt indirizzò a Mussolini un messaggio dai toni concilianti per dissuadere il dittatore italiano dall'entrare in guerra, e due giorni dopo anche Winston Churchill seguì l'esempio del presidente americano, ma con un messaggio dai toni meno concilianti e più intransigente, in cui avvertiva che l'Inghilterra non avrebbe desistito dalla lotta, qualunque fosse stato l'esito della battaglia sul continente[14].

Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia mentre annuncia la dichiarazione di guerra

Le risposte di Mussolini a entrambi i messaggi confermarono che il duce voleva rimanere fedele alla scelta fatta con l'alleanza con la Germania e agli obblighi "d'onore" che essa comportava, ma privatamente non aveva ancora raggiunto la certezza sul da farsi e se nemmeno se fosse venuto il momento «giusto» per intervenire[15]. Pur parlando continuamente di "guerra" con Ciano e con gli altri suoi collaboratori ed essendo profondamente colpito dai successi tedeschi, durante le due settimane precedenti l'attacco tedesco ad occidente e fino almeno al 27-28 maggio (se si esclude una improvvisa convocazione dei tre sottosegretari militari la mattina del 10 maggio), non risulta che i colloqui con i responsabili con le forze armate avessero avuto alcun incremento, e nulla faceva presagire un immediato intervento[16]. Il crollo della Maginot, la mancata «seconda Marna» e Dunkerque convinsero l'opinione pubblica e le classi politiche e militari che la Francia e l'Inghilterra avessero ormai perso la guerra, e in questo clima particolare nacque il timore di «arrivare tardi» che faceva un tutt'uno con la convinzione che la guerra sarebbe stata brevissima[17]. In quegli ultimi giorni di maggio Mussolini ebbe una decisiva virata verso l'intervento: il 26 ricevette una lettera da Hitler e contemporaneamente un rapporto inviato a Roma dal ministro Dino Alfieri sul suo colloquio con Hermann Göring. Entrambi produssero nel dittatore una forte impressione, tanto che Ciano annotò sul suo diario «Si propone di scrivere una lettera ad Hitler annunciando il suo intervento per la seconda decade di giugno»[18]. Il 28 maggio Mussolini comunicò a Pietro Badoglio la decisione di intervenire contro la Francia, e la mattina successiva si riunirono a Palazzo Venezia i quattro vertici delle forze armate, Badoglio e i tre capi di stato maggiore Rodolfo Graziani, Domenico Cavagnari e Francesco Pricolo: in mezz'ora tutto fu definitivo. Mussolini comunicò ad Alfieri la sua decisione[19], e il 30 maggio comunicò ufficialmente la decisione a Hitler di entrare in guerra il 5 giugno. Il giorno dopo il führer rispose di posticipare di qualche giorno l'intervento e quindi in un altro messaggio del 2 giugno, von Mackensen comunicò a Mussolini che la richiesta di posticipare l'azione era ritirata e anzi, sarebbe stato gradito un anticipo[20]. Così si giunse al 10 giugno: alle 16:30 Ciano fece convocare a palazzo Chigi gli ambasciatori francese e britannico, André François-Poncet e Percy Loraine, dove comunicò loro la dichiarazione di guerra, e alle 18 dal balcone di Palazzo Venezia, Mussolini annunciò l'avvenuta dichiarazione di guerra al popolo italiano[21].

La frontieramodifica | modifica wikitesto

Il teatro di guerra tra Italia e Francia nel giugno del 1940 sulle Alpi Occidentali è una impervia catena montuosa che va dal monte Dolent al Mar Ligure, dominata da massicci come il Bianco, la catena del Rutor e la Grande Sassière, il Rocciamelone-Charbonnel, il monte Thabor, il Gruppo del Monviso, l'Argentera e il Clapier, con pochi colli transitabili, ossia il colle del Piccolo San Bernardo, il colle del Monginevro, quello del Moncenisio, della Maddalena e il colle di Tenda, con un'altezza media di 2000 m.s.l.m. che li rendeva spesso impraticabili per la neve[22]. Le Alpi Occidentali rappresentano dunque una barriera naturale aspra e impervia; l'altitudine media, pur decrescendo da nord a sud verso il mare, si mantiene sempre assai elevata, dai 3.000 metri delle Alpi Graie ai 2.000 metri delle Alpi Marittime, per un totale di 515 chilometri che i due contendenti fortificarono con opere militari nei punti strategici. I francesi le iniziarono nel 1929, partendo dal mare e sfruttando il proprio versante largo circa 120 chilometri, mentre gli italiani iniziarono solo alla fine degli anni Trenta potendo contare su un versante ben più ristretto, di circa 40 chilometri[23].

Forze contrappostemodifica | modifica wikitesto

La situazione delle forze armate italianemodifica | modifica wikitesto

Gli schieramenti contrapposti lungo la frontiera

La prospettiva di una guerra in Europa fu accolta con scarso entusiasmo dai gruppi industriali italiani e da una buona parte degli stessi vertici fascisti, sebbene le più alte personalità del regime, non escluso il sovrano, avevano approvato la linea di condotta tracciata da Mussolini il 31 marzo 1940, che prevedeva di entrare in guerra il più tardi possibile, in modo da sfruttare la situazione e evitare una guerra lunga e insopportabile per il paese. Le divergenze divennero più importanti quando Mussolini manifestò la propria intenzione di intervenire in anticipo rispetto al termine previsto del 1943, ma nulla poterono le opposizioni di Vittorio Emanuele III e di Badoglio motivate dall'impreparazione del Regio Esercito e da un giudizio prudente delle vittorie tedesche in Francia[24]. Mussolini al contrario, ritenendo quelle vittorie decisive, e prospettando una ormai prossima la capitolazione delle forze armate francesi, non attribuì importanza alle insufficienze della forze armate; secondo Mussolini le vittorie tedesche erano il chiaro presagio dell'imminente fine della guerra, per cui i disastrosi rapporti degli esponenti delle forze armate e le insufficienze economico-industriali non avevano più importanza[25]. I vertici militari riconobbero quindi l'inadeguatezza del paese ad affrontare una guerra e allo stesso tempo non presero posizione dinanzi all'intervento, ribadendo la loro fiducia nel genio di Mussolini e rimettendosi alle sue decisioni. In questo senso mancava un comando unico e autorevole delle forze armate che avesse un'effettiva autorità nei confronti del duce, il quale proprio per questo motivo non lo aveva mai voluto, facendo così rimanere le tre forze armate autonome e rivali, senza una strategia comune che desse loro maggior peso[26].

In caso di guerra i preparativi vennero delineati nel piano P.R.12 messo a punto dallo stato maggiore dell'esercito nel febbraio 1940, che prevedeva una condotta strettamente difensiva sulle Alpi Occidentali, ed eventuali offensive da iniziare solo in «condizioni favorevoli» in Jugoslavia e in Egitto, Gibuti e Somalia britannica. Si trattava di indicazioni di massima per la dislocazione delle forze disponibili, non di piani operativi, per i quali veniva data libertà di improvvisazione al duce[27]. Mancava una strategia complessiva, obiettivi concreti e un'organizzazione della guerra[28], e tutto ciò fu evidente fin da subito, quando dopo la dichiarazione di guerra lo stato maggiore generale diramò il 7 giugno l'ordine 28op.: «A conferma di quanto comunicato nella riunione dei capi di stato maggiore tenuta il giorno 5 [giugno] ripeto che l'idea precisa del duce è la seguente: tenere contegno assolutamente difensivo verso la Francia sia in terra che in aria. In mare: se si incontrano forze francesi miste a forze inglesi, si considerino tutte forze nemiche da attaccare; se si incontrano solo forze francesi, prendere norma dal loro contegno e non essere i primi ad attaccare, a meno che ciò ponga in condizioni sfavorevoli.» In base a quest'ordine l'aeronautica ordinò di non effettuare alcuna azione offensiva, ma solo di compiere ricognizioni aeree mantenendosi in territorio nazionale[29], e altrettanto fecero l'esercito e la marina, la quale non aveva alcuna intenzione di uscire dalle acque nazionali, salvo per il controllo del canale di Sicilia, ma senza garantire le comunicazioni con la Libia[30]. Tutti i piani dell'esercito italiano, dall'Ottocento al 1940, prevedevano per un'ipotetica guerra contro la Francia un atteggiamento difensivo sulle Alpi, cercando eventuali sbocchi offensivi sul Reno in appoggio ai tedeschi o nel Mar Mediterraneo. Ma nel giugno 1940 si delinearono subito le deficienze della guerra fascista a cominciare dall'impostazione strategica: con le brillanti vittorie tedesche a nord era inutile e impraticabile un attacco italiano lungo il Reno[31], mentre sul mare la flotta italiana, nonostante il promemoria di Mussolini del 31 marzo prevedesse una «offensiva su tutta la linea nel Mediterraneo e fuori»[32], non aveva nessuna intenzione di muoversi all'attacco[30]. Vennero così concentrate lungo il confine due armate, la 1ª Armata comandata dal generale Pietro Pintor schierata dal mare fino al monte Granero, e la 4ª Armata del generale Alfredo Guzzoni fino al monte Dolent; assieme costituivano il Gruppo armate ovest al comando «dell'impalpabile» principe Umberto[2], mentre l'alto comando delle operazioni venne affidato al generale Rodolfo Graziani, un ufficiale esperto di guerre coloniali contro nemici inferiori per uomini e mezzi, che non aveva mai avuto un comando su un fronte europeo[33] e che non aveva nessuna familiarità con la frontiera occidentale[34]. Un totale di 22 divisioni per circa 300.000 uomini e 3000 cannoni, con grossi concentramenti di forze di riserva nella Pianura Padana senza precise disposizioni strategiche: «L'Italia entrava in guerra senza essere attaccata, né sapere dove attaccare, addensava le truppe alla frontiera francese perché non aveva altri obiettivi»[2].

Le truppe italiane schierate al confine risultavano impreparate sotto ogni aspetto: la stragrande maggioranza non era motivata da alcun odio contro il nemico, non era addestrata a impieghi specifici come l'assalto a opere fortificate o l'aviotrasporto, i serventi delle batterie dei forti non avevano ricevuto le relative tavole di tiro e all'inizio delle ostilità moltissime unità vennero schierate senza essere al completo. Il comando militare conosceva molto bene la situazione e sapeva che solo un terzo degli uomini era pronto a combattere ai primi di giugno, nonostante la mancanza cronica di mezzi motorizzati, indumenti adatti ad il clima montano, e in alcuni casi di pali per i reticolati, telefoni da campo, forni per il pane e scarponi chiodati[35]. A riscontro di ciò c'è l'annotazione del ministro Giuseppe Bottai, in quei giorni tra i richiamati e schierato in Val Nervia, il quale scrisse: «Non è la penuria di grandi mezzi che colpisce, ma una incuria più minuta e desolante, da ogni parte si ricorre agli espedienti di ogni giorno, ai mezzucci, ai ripieghi e alle bugie»[36].

L'esercito francesemodifica | modifica wikitesto

Un Chasseur alpin dell'Armata delle Alpi

Agli occhi del mondo l'intervento italiano contro la Francia ebbe un significato infamante, soprattutto in considerazione che in quella data l'esercito francese era in pratica già sconfitto e il suo comandante supremo, il generale Maxime Weygand, aveva già impartito ai comandanti delle forze superstiti l'ordine di ritirarsi per «salvare il maggior numero possibile di unità»[37]. Sul fronte alpino lo schieramento francese si trovava ormai completamente deteriorato a causa dell'invio di numerose forze a nord contro le armate tedesche: se all'apertura delle ostilità con la Germania l'Armée des Alps del generale René Olry poteva contare su circa 500 mila uomini, in febbraio questo numero decrebbe a 300 mila, il 10 maggio, quando le ultime riserve furono inviate a nord, questo numero diminuì ulteriormente a 176 mila uomini, mentre il 10 giugno gli uomini di prima linea erano all'incirca 85 mila. Altri 30 mila uomini furono raccolti grazie alla levée en masse ordinata dal comandante Olry e schierati nei pressi di Lione, ma in pratica erano tagliati fuori sia a causa del mancato addestramento sia per la mancanza di armamento, mentre gli altri 70-80 mila anziani riservisti disponibili, erano in gran parte disarmati e mai impiegati in azioni di guerra, dunque inservibili[23]. Alla vigilia dell'attacco il generale Olry di fronte alla 4ª Armata italiana poteva schierare il 14º Corpo d'armata del generale Etienne Beynet con la 66ª e la 64ª Divisione di fanteria (generali Boucher e de Saint-Vincent) e dei settori fortificati della Savoia e del Delfinato (colonnello de la Baume e generale Cyvoct). Sulla destra i francesi potevano schierare di fronte alla 1ª Armata il 15º Corpo d'armata del generale Alfred Montagne con la 65ª Divisione del generale de Saint-Julien e le truppe del settore fortificato delle Alpi Marittime (generale Magnien)[38].

I servizi segreti italiani stimarono con buona precisione la consistenza delle forze francesi schierate sulle Alpi; quello che i comandi italiani non tennero in considerazione era però il morale delle truppe nemiche; i francesi erano ben lontani dall'essere rassegnati alla sconfitta. L'isolamento nelle fortificazioni di montagna rendeva questo fronte «fuori dal mondo», e questo, assieme allo sdegno per l'attacco italiano, giocò un ruolo fondamentale per il morale francese[23]. Inoltre i francesi potevano contare su di un sistema di fortificazioni lungo tutto il confine molto solido, profondo 120 chilometri e articolato su tre linee difensive: la prima di avamposti leggeri, la seconda di resistenza, la terza di posizioni arretrate, tanto che lo stato maggiore italiano non ritenne opportuno rendere nota l'ampiezza delle difese francesi ai comandi operativi per non intaccarne il morale[23]. Nonostante la profonda differenza di effettivi, i francesi potevano contare dunque su un terreno montagnoso che favoriva la difesa e su un sistema di difese fortificate che correva lungo tutto il fronte e che bloccava efficacemente i pochi punti contro cui gli italiani potevano trovare sbocchi[38].

Svolgimento delle operazionimodifica | modifica wikitesto

« Attaccare la Francia dalle Alpi sarebbe come pretendere di sollevare un fucile afferrandolo per la punta della baionetta[39]. »

(Carl von Clausewitz)

Le prime azionimodifica | modifica wikitesto

In ottemperanza agli ordini diramati dai comandi, durante i primi giorni non venne intrapresa alcuna azione oltre la frontiera, e le truppe italiane mantennero un atteggiamento difensivo lungo tutto il fronte, facilitate in questo anche dalla pioggia e dal nevischio: di conseguenza nei primi due giorni di guerra non si ebbero azioni di rilievo se non una piccola azione dimostrativa compiuta dai francesi la mattina del 12[40]. La stasi nelle operazioni sarebbe probabilmente proseguita per giorni, ma i britannici, pronti ad intervenire in guerra su tutti i fronti, nelle primissime ore del 12 giugno bombardarono i poli industriali delle città di Torino e Genova con una squadra di Withley partiti da Londra e con il 71º Stormo di Vickers Wellington stanziato nei pressi di Marsiglia. L'incursione non ebbe alcun effetto di rilievo nonostante la totale inefficacia del sistema di difesa aereo italiano, ma fece scattare il meccanismo della guerra: la notte successiva gli aerei italiani si diressero sulla Francia meridionale e colpirono Saint-Raphaël, Hyères, Biserta, Calvi, Bastia e, in particolare, la base navale di Tolone[41]. Quello stesso giorno Mussolini, per ovviare alla deficienza della difesa antiaerea offrì a Hitler una divisione motocorazzata (che non esisteva) da schierare in Francia a fianco delle forze tedesche, in cambio di 50 batterie antiaeree, palesando così la sua contraddittorietà, dove da una parte sperava di poter condurre una «guerra parallela» e dall'altra cercava dei compromessi per una guerra di coalizione ben consapevole che senza gli aiuti tedeschi non avrebbe potuto condurre nessuna guerra guerreggiata[42].

La Calatafimi durante il suo rientro a Genova subito dopo l'azione del 15 giugno

In risposta ai bombardamenti italiani il 15 giugno una squadra navale francese composta da 4 incrociatori e 11 cacciatorpediniere si diresse da Tolone verso le coste liguri e attaccò i depositi di carburante di Vado Ligure e il porto di Genova; a rispondere al fuoco furono le artiglierie costiere e le varie unità sparse lungo la costa, ma inefficacemente. L'unica unità italiana che si mosse all'attacco fu la vecchia torpediniera Calatafimi che era impegnata a collocare mine davanti a Punta San Martino presso Arenzano; grazie all'iniziativa del comandante tenente di vascello Giuseppe Brignole, l'unità riuscì ad avvicinarsi nella foschia a meno di 3.000 metri dalla squadra francese senza essere avvistata e a lanciare alcuni siluri contro le navi nemiche, ma senza successo. L'unico colpo a segno fu sparato dalla batteria costiera "Mameli" di Genova, che riuscì a centrare un colpo sul cacciatorpediniere francese Albatros poco prima che la squadra francese si ritirasse[43]. I danni dell'attacco navale francese furono modesti[N 1], e le navi nemiche poterono allontanarsi indisturbate senza la benché minima risposta da parte dell'aviazione o della marina italiana: gli aerei italiani si alzarono in volo solo tre ore dopo il bombardamento, mentre Supermarina, constatata l'inadeguatezza della difesa costiera e con il grosso della flotta a Taranto, solo nella serata del 14 giugno mandò nel golfo ligure 4 cacciatorpediniere di rinforzo[44].

Proprio nel giorno in cui i tedeschi entravano trionfalmente a Parigi, il bombardamento navale di Genova inflisse una sonora umiliazione a Mussolini, il quale ordinò allo Stato maggiore dell'esercito di attuare al più presto «piccole operazioni offensive» per impadronirsi di posizioni oltre confine, facilitando in questo modo «i nostri futuri sbocchi offensivi in più grande stile»[45]. Il 15 giugno i comandi delle due armate italiane ricevettero l'ordine 1601, e alcuni reparti occuparono, senza combattere, posizioni in territorio francese, mentre il comando della 4ª Armata dispose nella notte tra il 17 e il 18 giugno un'azione a sorpresa nella testa del Guil. Quello stesso giorno Mussolini ricevette da von Mackensen la risposta negativa di Hitler riguardante la proposta del 12 giugno, così il dittatore italiano risentito da tale risposta, ordinò a Badoglio di attaccare lungo tutto il fronte il 18 giugno[45]. Quest'ultimo però ricordò al duce che il passaggio da un atteggiamento difensivo ad uno offensivo avrebbe richiesto almeno venticinque giorni, e sollevò la questione morale di attaccare una Francia già vinta. Mussolini rispose con asprezza che «...la decisione di attaccare la Francia è una questione essenzialmente politica della quale ho io solo la decisione e la responsabilità», ma preso atto dell'impossibilità pratica di volgere all'offensiva in tempi così brevi, Mussolini accettò di posticipare l'attacco, e il 16 giugno lo Stato maggiore dell'esercito inviò al Comando gruppo d'armate ovest l'ordine 1875, con il quale si predispose un doppio attacco combinato dal Colle del Piccolo San Bernardo e dal Colle della Maddalena entro dieci giorni a partire dal 16 giugno[46].

La guerra aereamodifica | modifica wikitesto

Sul fronte francese operava la 1ª Squadra aerea - SQA1 con tre stormi da bombardamento e tre da caccia (3º Stormo, 53º Stormo e 54º Stormo), appoggiata anche dalla 2ª Squadra aerea - SQA2 e dall'aeronautica della Sardegna contro la Corsica e la Francia meridionale. Lo scontro aereo più rilevante si ebbe il 15 giugno tra dodici Fiat C.R.42 del 23º Gruppo e sei Dewoitine D.520 del Groupe de chasse III/6: i caccia italiani vennero colti di sorpresa e ne vennero abbattuti cinque senza nessuna perdita francese. L'Armée de l'air organizzò poi dei raid contro Torino obbligando la Regia Aeronautica a creare la sua prima unità di caccia notturna, denominata "Sezione Caccia Notturna", basata nell'aeroporto di Roma-Ciampino e dotata di tre C.R.32 dipinti di nero e dotati di scarichi antifiamma[47]. Il 17 giugno, gli italiani bombardarono il centro di Marsiglia, uccidendo 143 persone e facendo 136 feriti, e il 21 giugno ne bombardarono il porto durante un raid diurno e nel seguente attacco notturno[48]. Combattimenti aerei si ebbero anche nei cieli della Tunisia, con perdite da ambo le parti. Il 17 giugno, alcuni idrovolanti CANT Z.506B della 4ª Zona Aerea in Italia meridionale si unirono ad alcuni SM.79 per bombardare Biserta in Tunisia. Le ultime operazioni aerei italiane contro la Francia si ebbero il 19 giugno per opera degli aeroplani delle 2ª e 3ª Squadra Aerea dalla Sardegna contro bersagli in Corsica e Tunisia[49]. Il 21 giugno, 9 bombardieri italiani attaccarono il cacciatorpediniere francese Le Malin, senza però infliggere particolari danni[50]. Nella notte del 22 e 23 giugno, 12 Savoia-Marchetti S.M.81 da Rodi effettuarono il primo bombardamento contro la base inglese di Alessandria d'Egitto[51], e negli stessi giorni partendo dalle basi nell'Africa Francese del Nord, l' Armée de l'air bombardò Cagliari, Trapani (22 giugno) e Palermo (23 giugno)[52]; 20 civili rimasero uccisi a Trapani e 25 a Palermo: si tratta dei più gravi bombardamenti mai effettuati dai francesi in territorio italiano[53][54].

Tra il 21 e il 24 giugno il contributo della Regia Aeronautica fu comunque molto scarso: su 285 apparecchi da bombardamento che si alzarono sulle Alpi, più della metà ritornarono alla base senza aver individuato gli obiettivi. I bombardamenti sulla Francia meridionale ebbero risultati migliori secondo l'aeronautica italiana (con perdite assai elevate, secondo le fonti francesi), ma nessuna incidenza sulla battaglia in corso. Tra Parigi e Bordeaux ancora circola una leggenda riguardante dei presunti, violenti bombardamenti italiani sulle colonne di profughi in fuga: per decenni molti testimoni hanno giurato di aver riconosciuto le coccarde tricolori sulle ali degli aerei che li attaccavano. Tuttavia gli aerei italiani sulle ali non avevano il tricolore ma il fascio littorio; inoltre l'aviazione italiana non aveva la possibilità di arrivare a colpire così lontano[55]. Durante la battaglia delle Alpi Occidentali la caccia italiana registrò 1.170 ore di volo, 11 attacchi al suolo e 10 aerei nemici distrutti[47].

Mussolini decide di agiremodifica | modifica wikitesto

Evidentemente Mussolini e i comandi militari ritenevano che il crollo della Francia fosse vicino ma non imminente se l'ordine 1875 dava dieci giorni di tempo per preparare l'offensiva, ma alle 03:00 della notte fra il 16 e il 17 giugno giunse a Berlino la richiesta del governo francese di far conoscere le condizioni di armistizio. Hitler fece comunicare la notizia a Mussolini e lo invitò a colloquio a Monaco di Baviera per il 18 giugno. La gravità delle conseguenze di una guerra dichiarata e non combattuta apparì evidente a Mussolini, il quale per timore di non ottenere niente dalla cessazione prematura delle ostilità spinse per abbreviare i tempi dell'offensiva programmata per il 26 giugno[56]. Tra i comandi italiani si scatenò il caos: con la notizia della richiesta di armistizio i comandi d'armata prima diramarono ordini per cessare ogni operazione e quindi di riprendere le operazioni di pattuglia, con il conseguente andirivieni di reparti che vennero spostati lungo le valli con gli inevitabili intoppi logistici lungo le obbligate vie di comunicazione. Mussolini nel frattempo ordinò che l'attacco fosse sferrato «il più presto possibile e non oltre il 23 corrente», e lo Stato maggiore imbastì in fretta e furia una nuova offensiva sulla costa, con l'obiettivo di occupare Mentone, che sarebbe andata ad affiancarsi alle due azioni sui colli del Piccolo San Bernardo e della Maddalena. Nel frattempo il comando della 4ª Armata procedette con la sospensione dell'imminente attacco al Guil[57]. Fra le truppe italiane si diffuse l'impressione che la guerra fosse finita ancor prima di aver avuto inizio, con le ovvie conseguenze sul morale della truppa, impressione non dissimile a quella che ebbero i soldati francesi dopo che alle 12:30 del 17 giugno appresero alla radio che il maresciallo Pétain (che il 16 giugno aveva preso il posto, in qualità di primo ministro, del dimissionario Paul Reynaud) aveva richiesto l'armistizio[58].

A Monaco, Mussolini consegnò le sue esose richieste a Hitler che prevedevano tra le altre cose anche la smobilitazione dell'esercito francese, la consegna di tutto l'armamento collettivo, l'occupazione fino alla linea del Rodano, teste di ponte a Lione, Avignone e Valenza, l'intera Corsica, la Tunisia e la Somalia francese, la libertà di occupare in qualsiasi momento i punti strategici della Francia e delle sue colonie e la denuncia dell'alleanza con la Gran Bretagna. Il führer nel suo giorno del trionfo si rivelò calmo e generoso, e acconsentì alle richieste italiane eccezion fatta per la consegna della flotta, dato che i francesi avrebbero preferito consegnarla ai britannici piuttosto che privarsene. Hitler dichiarò inoltre che la Germania non avrebbe concesso l'armistizio alla Francia se essa non lo avesse accettato anche dall'Italia[59], mentre il generale Wilhelm Keitel rassicurò Mario Roatta dichiarando che l'esercito tedesco non avrebbe allentato la presa e che avrebbe lanciato colonne corazzate alle spalle dell'Armata delle Alpi, nel momento stesso in cui questa sarebbe stata attaccata dall'esercito italiano[60]. Mussolini tornò a Roma conscio del fatto che nei pochi giorni che mancavano alla firma dell'armistizio bisognasse attaccare a tutti i costi[59].

L'ordine di Mussolini era quello di attaccare il prima possibile, ma appena giunto nella capitale il dittatore riprese con i suoi ordini contrastanti: a Monaco si era deciso di comune accordo di aviotrasportare a Lione truppe italiane per l'occupazione della valle del Rodano, ma dopo nove ore dalla decisione, Mussolini ebbe un ripensamento; era evidente che quella occupazione tenuta a balia dai tedeschi fosse una vergogna, e telefonò a Hitler per comunicargli che non vi avrebbe partecipato. Il duce era ora deciso ad attaccare su tutto il fronte per prendersi con le proprie forze più terreno possibile, salvo poi avere un ripensamento e quindi cambiare nuovamente idea il 20 giugno, quando i tedeschi fecero sapere di essere pronti a muoversi verso Chambéry e Grenoble non appena avessero avuto notizie dagli italiani[61][62]. Nel pomeriggio di quello stesso giorno Mussolini ricevette i marescialli Badoglio e Graziani: mentre il primo riteneva inutile un attacco sulle Alpi, il secondo si espresse favorevolmente ad un'azione generale lungo tutta la frontiera, forte del fatto che secondo lui i tedeschi erano già nei pressi di Grenoble (anche se in realtà erano solo a Lione). Il parere di Graziani indusse il duce ad ordinare l'attacco per la mattina successiva[63], e le due armate, che avevano ricevuto l'ordine di prepararsi alle tre offensive solo nel pomeriggio del 19, alle ore 19:00 del 20 giugno ricevettero il fonogramma 2329: «Domani 21, iniziando azione ore 3, IV e I armata attacchino a fondo su tutta la fronte. Scopo: penetrare il più profondamente possibile in territorio francese»[64]. Mussolini ebbe ancora il tempo di farsi prendere dai dubbi e in serata diede l'ordine di sospendere l'offensiva decisa per l'indomani, salvo poi dover rendersi conto che ormai anche i tedeschi erano in movimento; Mussolini confermò nuovamente l'attacco con la modificazione che il 21 avrebbe solo operato la 4ª Armata, perché nel frattempo gli era giunta l'intercettazione di una conversazione tra i generali Pintor e Roatta, nella quale il comandante della 1ª Armata aveva espresso l'impossibilità di passare all'offensiva con così poche ore di preavviso[65]. Venne così ordinato alla 4ª Armata di muoversi, mentre sul fronte sud la 1ª Armata di Pintor venne temporaneamente tenuta ferma: «A parziale modifica ordini precedenti dispongo che in un primo tempo venga eseguita azione a fondo, come già disposto, da parte dell'ala destra della Quarta Armata. Confermo che note colonne tedesche all'alba di domani inizieranno movimento su località indicate»[61]

L'offensiva italianamodifica | modifica wikitesto

Mappa dell'invasione tedesca della Francia, in basso a destra sono indicate le direttrici dell'attacco italiano sulle Alpi.

L'offensiva italiana scattò all'alba del 21 giugno 1940 e 21 divisioni iniziarono a muoversi contro le 6 divisioni francesi schierate a difesa del territorio francese. Nel settore nord, l'unico in cui si sarebbe potuto realizzare il disegno strategico di ricongiungimento con le forze tedesche, Guzzoni lanciò sconsideratamente all'attacco sul Colle del Piccolo San Bernardo la divisione alpina "Taurinense", la divisione motorizzata "Trieste" e i battaglioni "Vestone" e "Vicenza", portandosi personalmente sul colle per assistere alla battaglia[66]. Fin da subito si generò una enorme confusione lungo il colle e Guzzoni si ritrovò ad avere in prima linea solo due battaglioni, i quali vennero fermati da una interruzione stradale e dal fuoco proveniente dalla Redoute ruinée (il forte delle Traversette), una vecchia ridotta francese presidiata da quarantacinque Chasseurs des Alpes[3] con alcune armi automatiche. Lungo la strada verso il colle nel frattempo si formarono lunghissime code di uomini e mezzi che rendevano la strada inaccessibile perfino alle autoambulanze, le quali erano impossibilitate ad evacuare e curare i feriti, lasciati quindi morire dissanguati. Nei giorni successivi, nonostante l'inutile intervento di un battaglione di carri leggeri L/3, la situazione rimase di stallo e il giorno 24 giugno, al termine delle ostilità, la divisione "Trieste" era ancora bloccata sul valico, mentre gli alpini erano riusciti ad aggirare la ridotta e a penetrare di pochi chilometri tra gli avamposti e la prima linea di resistenza[67]. In quattro giorni di combattimenti i comandi italiani non riuscirono a portare innanzi le artiglierie per neutralizzare la ridotta, e l'unico obiettivo raggiungibile, la cittadina di Bourg-Saint-Maurice, non fu raggiunto[3].

Nel settore Moncenisio-Bardonecchia-Monginevro il 21 giugno si diedero inizio a ricognizioni lungo i valloni impervi e indifesi della valle del Ribon, vennero occupate le frazioni di Bramans e Bessans, venne bombardato il forte della Turra, ma appena le truppe iniziarono a muoversi verso l'obiettivo principale Briançon, vennero inchiodate sul posto. Sul Monginevro la penetrazione massima arrivò all'incirca a un chilometro, mentre le colonne alpine che puntarono su Modane dal Moncenisio vennero fermate dal fuoco delle artiglierie poco dopo aver occupato la sguarnita Lanslebourg, e anche in questo caso un'interruzione stradale causata da una mina bloccò le colonne motorizzate sul valico del Moncenisio, senza che queste potessero offrire alcun aiuto alle truppe alpine[68]. Lo stesso 21 giugno quattro imponenti mortai Schneider da 280 mm appositamente piazzati nei pressi di Briançon misero fuori combattimento sei delle otto torrette della batteria dello Chaberton, decretando la quasi totale distruzione del forte[69]. Il giorno seguente le artiglierie della 4º Corpo d'armata italiano aprirono il fuoco contro Briançon, e all'azione si aggiunsero anche gli ultimi due pezzi da 149/35 superstiti dello Chaberton, i quali spararono senza successo contro i forti Trois Têtes e l'Infernet prima di essere messi a tacere dai mortai francesi[70].

Battaglione alpini Val Dora sul colle della Pelouse nel giugno 1940

Più a sud, nel settore Valle Stura-Colle della Maddalena l'attacco iniziò sotto una forte nevicata che bloccò gli uomini della divisione "Forlì" nel vallone dell'Ubaye, la divisione alpina "Cuneense" rimase ferma sui passi, mentre la divisione "Pusteria" fu impossibilitata a muoversi verso il suo obiettivo di Cima Marta. In val Roia l'avanzata italiana verso il litorale venne subito bloccata, con la divisione "Modena" che non riuscì ad arrivare nemmeno a Sospello, mentre la "Cosseria" venne arrestata poche centinaia di metri dopo aver superato il confine lungo la via Aurelia[71]. Ovunque l'avanzata delle truppe italiane venne respinta con relativa facilità; nemmeno l'utilizzo di tre treni armati posizionati nelle gallerie nei pressi dei giardini Hanbury a supporto delle truppe lungo la costa, e due fallimentari tentativi di sbarco del 15º Corpo d'armata del generale Gastone Gambara verso Mentone riuscirono a smuovere la situazione. Le truppe lungo la costa ligure furono inesorabilmente bloccate nella strettoia di Ponte San Luigi lungo il confine tra la Liguria e la Francia; solo il giorno 23 una colonna scesa dalle montagne riuscì ad entrare a Mentone[72]. Il 24 giugno, in pratica l'ultimo giorno di combattimento, la linea difensiva francese era stata appena toccata nei suoi avamposti, ovunque le truppe francesi presidiavano intatte le loro postazioni e la loro prima linea di resistenza non era nemmeno stata scalfita, come peraltro ammetterà persino lo stato maggiore italiano nei suoi studi: «Soltanto contro di essa ci sarebbe stata la vera battaglia di rottura; la quale invece non ci fu né poteva esserci [...] Nell'avanzata ci furono momenti di esitazione e di sosta e accenni a ripiegamenti; fatto naturale se si pensa che i collegamenti erano incerti e che ai comandi stessi dei reparti che avanzavano venne spesso a mancare, per il maltempo, la visione diretta degli avvenimenti; e se si pensa inoltre che nei reparti erano soldati di classi giovani i quali venivano per la prima volta sottoposti all'azione del fuoco nemico su costoni e pendii interamente battuti, su passaggi obbligati e per di più aspri e difficili, senza possibilità di defilarsi»[73].

L'armistiziomodifica | modifica wikitesto

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: armistizio di Villa Incisa e occupazione italiana della Francia meridionale.
Spartizione dei territori francesi dopo l'occupazione

Dopo aver ricevuto la domanda di armistizio formulata dal governo francese il 16 giugno, Adolf Hitler si affrettò a convocare a Monaco di Baviera il suo alleato italiano per stabilirne le condizioni. Nel pomeriggio del 18 giugno si trovarono nel führerbau Hitler, Joachim von Ribbentrop e il generale Wilhelm Keitel capo dell'OKW per parte tedesca, mentre da parte italiana Mussolini si fece accompagnare dal conte Ciano e dal generale Mario Roatta, sottocapo di stato maggiore dell'esercito[74]. La delegazione italiana presentò ai tedeschi un promemoria inteso a stabilire a grandi linee il punto di vista italiano sulle condizioni d'armistizio con la Francia, nel quale si richiedeva[75]:

  1. Smobilitazione dell'Esercito in tutti i teatri d'operazione sino ai suoi organici di pace.
  2. Consegna di tutto l'armamento collettivo.
  3. Occupazione (per quanto riguarda l'Italia) sino alla linea del Rodano. Teste di ponte a Lione, Valenza e Avignone. Occupazione della Corsica, Tunisia e Somalia francese.
  4. Facoltà di occupare in qualunque momento tutti i punti strategici e gli impianti esistenti in Francia, nei territori dell'Impero, coloniali e sottoposti a mandato, ritenuti necessari per rendere possibili le operazioni militari o per mantenere l'ordine.
  5. Occupazione delle basi militari marittime di Algeri, Orano (Mers el-Kébir), Casablanca. Neutralizzazione e facoltà di occupare Beirut.
  6. Consegna immediata della flotta.
  7. Consegna immediata della flotta aerea.
  8. Consegna del materiale ferroviario che si trova, all'atto della conclusione dell'armistizio, nel territorio occupato.
  9. Obbligo di non procedere a distruzioni o danneggiamenti degli impianti fissi o mobili esistenti nei territori contemplati dalle precedenti clausole, e lasciarvi tutti gli approvvigionamenti disponibili.
  10. Denuncia dell'alleanza con la Gran Bretagna. Immediato allontanamento delle forze inglesi operanti in territori metropolitani o coloniali francesi. Disarmo e scioglimento delle formazioni militari straniere operanti in Francia.

Hitler approvò le pretese italiane riguardanti le occupazioni di territorio francese, mentre per la consegna della flotta i tedeschi sollevarono l'obiezione che i francesi si sarebbero rifiutati e avrebbero preferito farla passare sotto bandiera britannica, con conseguenze disastrose. Secondo i tedeschi sarebbe stato meglio esigere una neutralizzazione controllata, sia in porti francesi, sia in porti neutrali preferibilmente spagnoli, tenendo i vinti nella speranza di recuperarla una volta firmata la pace. Mussolini finì per associarsi a questo punto di vista[76]. Il 22 giugno la delegazione francese firmò le clausole dell'armistizio con i tedeschi, e alla lettura dell'articolo 23, che imponeva la firma di un analogo armistizio con l'Italia, il generale Huntziger disse preoccupato: «Gli italiani potrebbero chiederci con un sovrapprezzo del tutto ingiustificato anche ciò che voi non ci avete chiesto. L'Italia ci ha dichiarato guerra ma non ce l'ha fatta»[77]. Il giorno successivo cominciarono a Roma le trattative per l'analogo documento italo-francese, con la delegazione francese che ovviamente ignorava che Mussolini aveva aderito al punto di vista di Hitler per quanto riguardava la flotta francese, e per il timore di ulteriori ricatti, con l'approvazione del maresciallo Pétain l'ammiraglio François Darlan inviò agli ammiragli Jean-Pierre Esteva, Émile Duplat e Marcel-Bruno Gensoul un telegramma che invitava a lanciare azioni a corto raggio contro i punti sensibili del litorale italiano se le condizioni italiane fossero state inaccettabili[78]. È indiscutibile che i francesi avevano accettato passivamente l'armistizio con la Germania per paura di ulteriori avanzate, ma si presentarono a Roma con le migliori intenzioni di non accettare in toto quello con l'Italia, fiduciosi di poter ancora trattenere sulle Alpi l'esercito italiano, sperando di trarre vantaggi da questa situazione[79]. Ogni timore si rivelò infondato fin dai primi contatti con Badoglio, Roatta e Cavagnari, i quali si dimostrarono subito disponibili e concilianti, anche perché il duce, pare per intervento del führer ansioso di concludere, aveva rinunciato alle enormi pretese manifestate nel promemoria di Monaco. Ora gli italiani si limitavano all'occupazione del territorio metropolitano e coloniale conquistato con le proprie forze al momento del cessate il fuoco, imponendo tuttavia la demilitarizzazione di una zona di 50 chilometri da calcolarsi a partire dalla linea di avanzata raggiunta, in Francia come nei confini libico-tunisino, libico-algerino e alla Somalia francese[80]. Le basi navali di Tolone, Ajaccio, Biserta e Mers-el-Kébir subirono lo stesso trattamento, mentre non venne avanzata nessuna richiesta sulla flotta navale e nemmeno su quella aerea, e infine venne anche soppresso l'articolo in cui si chiedeva al governo francese la consegna degli esiliati politici italiani[81].

Nel tardo pomeriggio del 24 giugno l'accordo di massima tra le due parti era già stato raggiunto e l'armistizio franco-italiano venne firmato dal generale Charles Huntziger e dal maresciallo Badoglio a Villa Incisa, nella campagna romana, alle 19:35, implicando per la Francia, la Germania e l'Italia la sospensione delle ostilità a partire dalle ore 0:35 di martedì 25 giugno 1940 (1:35 ora italiana)[82]. L'inattesa moderazione delle condizioni italiane e la sensibilità dimostrata da Badoglio durante le trattative ebbero riconoscimenti unanimi da parte francese, tanto che lo storico francese Jacques Benoist-Méchin nel suo Soixante jours qui ébranlèrent l'occident scrisse: «La volontà degli italiani di mostrarsi concilianti è evidente. Il maresciallo Badoglio accetta numerose modificazioni di forma e fa una serie di concessioni, alcune delle quali importanti» e «Quando le due delegazioni si separano l'emozione è generale». Gli italiani vollero quindi rendere più indolore possibile il cosiddetto «coup de poignard» dato assai malvolentieri dalla maggioranza degli italiani[83].

Bilancio e conclusionimodifica | modifica wikitesto

Le modalità con cui il maresciallo Badoglio guidò le trattative di pace coprì in parte la totale insipienza con cui i comandi militari programmarono la battaglia e il proseguimento della guerra, che si pensava ormai terminata. Mussolini e i comandi decisero di attaccare sulle Alpi, ossia il punto meno importante e più difficile in cui l'Italia potesse iniziare la sua campagna militare nel Mediterraneo; non si pensò alla Tunisia, il cui possesso avrebbe significato il controllo assoluto del canale di Sicilia e delle comunicazioni fra il Mediterraneo occidentale e orientale (solo all'ultimo momento delle trattative l'ammiraglio Cavagnari riuscì a far passare la clausola di smilitarizzazione dei porti francesi)[84]; non si pensò nemmeno di chiedere l'utilizzo dei porti di Biserta e Tunisi, che avrebbero assicurato i collegamenti con la Libia[N 2] e allo stesso tempo, se Mussolini avesse ascoltato i consigli di Badoglio e del governatore della Libia Italo Balbo, la marina mercantile non avrebbe perso la quasi totalità delle 212 navi (1.616.637 tonn.) che al momento della dichiarazione di guerra si trovavano fuori dai porti italiani, le quali potevano essere utilizzate proprio lungo le rotte di rifornimento nel Mediterraneo[85]. Eppure durante l'incontro di Monaco del 18 giugno, Hitler approvò quasi totalmente le imponenti richieste territoriali di Mussolini, che peraltro comprendevano proprio i domini francesi nel Mediterraneo, ossia la Tunisia, ma anche Cipro e Creta. Inaspettatamente però, dopo poche ore dall'incontro, il dittatore italiano cambiò le carte in tavola dichiarando di non voler più avanzare alcuna rivendicazione a carico della Francia. Con questa mossa teatrale Mussolini rinunciò a quella che il generale Giovanni Messe chiamò «l'unica opportunità mai offerta nei tempi moderni all'Italia di conquistare un dominio effettivo sul Mediterraneo»[86].

In seguito lo stesso Mussolini costruì la leggenda che a Monaco fu costretto dai tedeschi ad abbandonare le sue rivendicazioni nel Mediterraneo[N 3]; nella realtà furono gli stessi tedeschi ad essere sorpresi nel vedere che l'Italia non attuava gli accordi presi a Monaco[87][88][N 4]. Secondo lo storico britannico Denis Mack Smith una spiegazione del possibile cambiamento di rotta di Mussolini fu che egli si sentisse, semplicemente, imbarazzato nel realizzare così colossali guadagni senza aver fatto quasi nulla per meritarseli, o forse vide nella moderazione con la Francia il modo di non inimicarsi completamente la nazione d'oltralpe in una Europa egemonizzata dalla Germania[87]. In linea con questa interpretazione si espresse anche lo storico Renzo De Felice, il quale però ammise anche che uno dei fattori che fecero cambiare idea a Mussolini fu la tendenza dei tedeschi, non tanto a far valere i loro argomenti contrari ad una occupazione totale del territorio francese e al trattamento della flotta, dei quali era difficile negare la validità, bensì il loro del tutto inatteso atteggiamento intransigente ma contrario ad un armistizio punitivo[89]. Il duce, che fino al suo viaggio a Monaco era deciso ad imporre alla Francia un armistizio molto duro[90], quando venne a conoscenza delle condizioni d'armistizio che i tedeschi avevano presentato ai francesi, capì che gli alleati non avevano alcun interesse nel Mediterraneo e iniziò a temere che la Germania non agisse nei confronti della Francia sulla base di considerazioni tattiche, ma puntasse ad una riconciliazione, nella quale l'Italia avrebbe fatto le spese sotto tutti i profili[89]. Da qui il cambiamento di posizione di Mussolini che per impedire una futura riconciliazione fra Germania e Francia decise di mostrasi ancor meno intransigente così «da non gettare Pétain nelle braccia di Hitler», e al tempo stesso cercare di compiacere il führer in modo da rendergli più difficile venir meno agli impegni presi con lui[91]. Similmente di espresse anche lo storico Emilio Faldella, secondo il quale la decisione di Mussolini di occupare militarmente solo i territori conquistati con le proprie forze fu in parte dettata dal desiderio del duce di non inimicarsi l'animo dei francesi[92]. Faldella però rimarca come l'atteggiamento di Mussolini fu fortemente influenzato dalla decisione di Hitler di far trattare separatamente i due armistizi, che fece crescere nel duce la sensazione di non avere l'autorità morale di imporre dure condizioni di armistizio senza la complicità tedesca[93]; fu appunto in questo contesto che nella serata 21 giugno Mussolini convocò Badoglio e Roatta a Palazzo Venezia per comunicare loro che le condizioni previste nella bozza di armistizio sarebbero state modificate. La zona di occupazione italiana sarebbe stata limitata ai soli territori che le truppe avrebbero nel frattempo conquistato. Niente occupazione fino al Rodano, niente occupazione della linea di comunicazione con la frontiera spagnola e niente occupazione della Corsica, della Tunisia, dei presidi francesi in Africa, e delle basi di Algeri, Orano, Mers-el-Kébir e Casablanca, previste nel testo dello stato maggiore. A nulla servirono le proteste di Roatta; ciò che alla fine riuscirono ad ottenere i militari fu la creazione di una zona smilitarizzata di 50 chilometri ad ovest della zona di occupazione e la demilitarizzazione delle piazzeforti navali di Tolone, Biserta, Ajaccio e Mers-el-Kébir[94].

Questa decisione, che nel prosieguo della guerra si rivelerà fatale per le sorti dell'esercito italiano[92], contribuì ad accrescere nell'opinione pubblica italiana e anche in certi ambienti fascisti, la delusione e le critiche soprattutto legate alla mancata occupazione di Nizza e della Tunisia[95]. Secondo Faldella però, c'è da considerare che in quel particolare momento storico, Mussolini era convinto che la guerra sarebbe finita entro pochissimo tempo e non valutò l'importanza della Tunisia nei riguardi dei rifornimenti con la Libia, perché non aveva idea dello sviluppo che le operazioni avrebbero assunto in Nordafrica[96]. Queste delusioni andarono ad affiancarsi alla pessima figura che fece il fascismo di fronte al primo impegno bellico: la propaganda cercò in ogni modo di giustificare i modesti risultati affermando che «i francesi avevano opposto agli italiani una resistenza più accanita di quella incontrata dai tedeschi sul fronte occidentale» e attribuendo all'intervento italiano la causa decisiva del crollo della Francia, che fu definito una «splendida vittoria»[97]. Ma la realtà era molto diversa; 20 divisioni italiane, a cui si opponevano appena 6 divisioni francesi, non riuscirono ad intaccare le difese francesi in nessun punto del fronte, e in questo contesto è difficilmente confutabile il rapporto del generale francese Orly, il quale, mentre i governi dei due paesi firmavano l'armistizio scrisse: «La battaglia difensiva è stata sicuramente vinta»[98]. A conferma di ciò si espresse anche il conte Ciano che commentò come fortunatamente l'armistizio giunse in tempo per salvare le apparenze, prima che la conoscenza del reale svolgimento dei fatti si generalizzasse[99].

Le perditemodifica | modifica wikitesto

Durante la battaglia delle Alpi occidentali, gli italiani ebbero 631 morti (59 ufficiali e 572 soldati), 616 dispersi e 2.631 tra feriti e congelati, a dimostrazione delle insufficienze dell'equipaggiamento italiano; i francesi catturarono 1.141 prigionieri che restituirono immediatamente dopo l'armistizio, anche se negoziatori francesi dimenticarono i prigionieri francesi catturati dagli italiani (o non furono in condizioni di richiederne il rilascio), che furono spediti nel campo di Fonte d'Amore, vicino Sulmona, a cui si aggiungeranno in seguito 200 internati britannici e 600 greci che probabilmente finirono nelle mani dei tedeschi dopo l'armistizio di Cassibile[6]. Da parte francese si ebbero 40 morti, 84 feriti e 150 dispersi, mentre il numero ufficiale di prigionieri di guerra francesi fu di 155[6]. L'Armata delle Alpi subì inoltre 20 morti, 84 feriti e 154 prigionieri combattendo contro i tedeschi che avanzavano verso la città di Lione[100].

Notemodifica | modifica wikitesto

Esplicativemodifica | modifica wikitesto

  1. ^ La flotta francese in quel momento non poté fare di più a causa dell'insufficienza della sua aviazione nel Mediterraneo che non garantiva adeguata copertura e difesa della costa, e per l'incombente sconfitta contro le forze tedesche che obbligava i comandi a salvare la flotta. Vedi: Bocca, pp. 152-153
  2. ^ Nonostante l'ammissione di Supermarina che la mancata difesa del golfo di Genova il 15 giugno derivava proprio dal gravoso impegno che la flotta italiana si stava sobbarcando nella difesa delle vie di comunicazione tra l'Italia, l'Africa e il Dodecaneso. Vedi: Bocca, p. 153
  3. ^ Da parte tedesca ci fu un discorso strategico tendente a porre in primo piano l'opportunità di raggiungere con i francesi un effettivo armistizio che isolasse completamente la Gran Bretagna e potesse contribuire a spingerla sulla strada di una trattativa di pace e, in questo ambito, furono esercitate pressioni a proposito della questione della flotta e di un'eventuale occupazione armistiziale italo-tedesca di tutto il territorio francese. Ma né a Monaco né dopo i tedeschi fecero obiezioni riguardo le richieste italiane di occupare determinati territori in territorio metropolitano o in Africa. Vedi: De Felice II, pp. 130-131
  4. ^ Nell'occasione l'addetto militare presso l'ambasciata tedesca a Roma, Enno von Rintelen, scrisse: «...in coerenza con le decisioni di Monaco, le condizioni italiane furono molto moderate» Vedi: Faldella, p. 197

Bibliografichemodifica | modifica wikitesto

  1. ^ Bocca, p. 147.
  2. ^ a b c d Rochat, p. 248.
  3. ^ a b c d Rochat, p. 250.
  4. ^ Giorgio Bocca stima in 2.631 sa i feriti che i congelati, mentre per lo storico Giorgio Rochat quella cifra intende solo i feriti, mentre sempre secondo Rochat i morti ufficiali sarebbero 642 mentre Bocca riporta 631. Vedi: Bocca, p. 161 e Rochat, p 250.
  5. ^ A cui vanno sommati i 12 morti tra l'equipaggio del cacciatorpediniere Albatros. Vedi: Carlo Alfredo Clerici, La difesa costiera del Golfo di Genova, in Uniformi & Armi, settembre 1994, pp. 35-41.
  6. ^ a b c Giorgio Rochat, La campagne italienne de juin 1940 dans les Alpes occidentales, in Revue historique des armées, vol. 250, 2008, pp. 77–84, in 29 paragrafi online. Paragrafo 19.
  7. ^ Bocca, pp. 126-128.
  8. ^ De Felice, p. 794.
  9. ^ De Felice, p. 795.
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  12. ^ Rochat, p. 240.
  13. ^ De Felice, p. 798.
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  15. ^ De Felice, p. 803.
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  17. ^ De Felice, p. 818.
  18. ^ De Felice, p. 824.
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  58. ^ Faldella, p. 171.
  59. ^ a b Bocca, pp. 154-155.
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Bibliografiamodifica | modifica wikitesto

In italiano
In inglese e francese
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