Giovanni de Lorenzo

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Giovanni de Lorenzo
De lorenzo.jpg

Deputato della Repubblica Italiana
Legislature V, VI
Gruppo
parlamentare
PDIUM(dal 9 luglio 1968 al 5 maggio 1971), MSI(dal 6 maggio 1971 al 26 aprile 1973)
Circoscrizione Lazio
Collegio Roma
Incarichi parlamentari
  • Componente della VII commissione (Difesa)
  • Componente del comitato parlamentare sul problema delle acque in Italia
Sito istituzionale

Dati generali
Partito politico Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica poi Movimento Sociale Italiano
Professione militare, politico
Giovanni De Lorenzo
Giovanni De Lorenzo.jpg
Dati militari
Paese servito Italia Italia
Forza armata Esercito Italiano
Arma Artiglieria
Grado Generale di Corpo d'Armata
Guerre Seconda guerra mondiale
Campagne Campagna di Russia, Resistenza italiana
Comandante di SIFAR, Arma dei Carabinieri, stato maggiore dell'Esercito Italiano
Decorazioni Medaglia d'Argento al Valor Militare
Altre cariche Politico
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Giovanni de Lorenzo (Vizzini, 29 novembre 1907Vizzini, 26 aprile 1973) è stato un generale e politico italiano.

Fu capo del SIFAR (1955-1962), comandante generale dell'Arma dei Carabinieri (15 ottobre 1962 - 31 gennaio 1966) e Capo di stato maggiore dell'Esercito Italiano. Divenne noto per il ruolo avuto nello sviluppo del Piano Solo.

Biografiamodifica | modifica wikitesto

Ufficiale e partigianomodifica | modifica wikitesto

Figlio di un ufficiale di carriera dell'Arma di artiglieria, seguì ancora bambino il padre dalla natia Sicilia a Genova, dove si laureò in ingegneria navale[1]. Successivamente divenne ufficiale di artiglieria. Durante la seconda guerra mondiale, col grado di tenente colonnello partì per l'URSS con l'ARMIR, come vicecapo dell'ufficio operazioni[1].

Dopo l'8 settembre 1943 divenne partigiano, operando dapprima sul fronte alpino, poi nella Roma occupata[1], quale comandante del Centro R del Servizio informazioni militare: come tale, entrò in rapporti diretti e riservati con i vertici del CLN e del CLNAI, dai quali vennero poi molti importanti esponenti della politica repubblicana. La partecipazione alla Resistenza gli procurò le simpatie degli ambienti di sinistra[2] e fu decorato con la medaglia d'argento[2].

L'incarico al SIFAR (1955-1962)modifica | modifica wikitesto

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Fascicoli SIFAR.

Nel 1955 assunse il comando del SIFAR. Nel Servizio portò a compimento un annoso processo di trasformazioni strutturali e di indirizzo che dalle ceneri del precedente, esiguo e disordinato Servizio Informazioni Militari (SIM) generarono un organismo corposo, ordinato ed in parte finalmente anche efficiente. I rapporti tra De Lorenzo e Giovanni Gronchi, Presidente della Repubblica, furono stretti e frequenti (i loro mandati furono, peraltro, quasi contemporanei), assecondandoli, e aveva anche ottimi rapporti con i partiti e con Enrico Mattei[1].

A posteriori, si seppe, infatti, che durante il suo lungo comando (sette anni), De Lorenzo aveva iniziato una gigantesca opera di schedatura degli esponenti più in vista di tutte le istituzioni e di tutti i gruppi sociali. Dai circa duemila fascicoli stilati poco dopo la sua nomina, si passò ai circa 17.000 del 1960, finché nel 1962 il numero dei fascicoli ammontava a 117.000[1], stimati in 157.000 dalla commissione Beolchini: il giudizio (politico) della commissione sulla qualità delle schedature sarebbe stato in realtà poco lusinghiero, avendole definite forzosamente enfatizzate su difetti e chiacchiericci e sottintendendone quindi finalità ricattatorie. I fascicoli furono fatti distruggere da Andreotti nel 1974, al suo ritorno al Ministero della Difesa. Divenuto generale di divisione, restò a capo del Servizio per effetto di un'intervenuta legge ad personam[1], grazie alla quale il comando del Servizio veniva equiparato a comando di grande unità, consentendogli di conservarne la guida e di ricavarne vantaggi di carriera, come la possibilità di accedere a comandi prestigiosi[1].

Secondo il giornalista Renzo Trionfera, Enrico Mattei, favorevole ad un secondo mandato per il Presidente uscente (con cui aveva intessuto amicizia quando era ministro dell'industria e lottava per non chiudere l'Agip), avrebbe offerto un miliardo di lire a Gronchi per corrompere alcuni elettori al fine di rieleggerlo. De Lorenzo, sempre secondo questa tesi, sarebbe stato colui che si sarebbe materialmente occupato della distribuzione delle bustarelle. Ma la vicenda era molto più complessa: il Presidente uscente Gronchi, sponsor storico dell'ascesa di Mattei, competeva per il Quirinale con Antonio Segni e, con minori chance e solo come eventuale outsider, con Amintore Fanfani, allora Presidente del Consiglio. Il 28 marzo 1962 il SIFAR di De Lorenzo annotava che Giuseppe Saragat aveva promesso all'Internazionale Socialista che Mattei sarebbe stato ridimensionato, anzi defenestrato, e che la non rielezione di Gronchi sarebbe stata condizione opposta dal leader socialdemocratico a Amintore Fanfani, «non proprio sfavorevole» a un ricambio al vertice dell'Eni (Fanfani aveva ripetutamente sfoggiato notevoli virtuosismi dialettici per spiegare agli americani il cosiddetto «neoatlantismo» matteiano).

Un deputato vicino a Segni, Vincenzo Russo, fece pressione su Mattei affinché questi non favorisse la rielezione di Gronchi: Mattei sparì da Roma per alcuni giorni. Giovanni Gronchi non fu rieletto, ma si è supposto che abbia continuato ad avere rapporti privilegiati con De Lorenzo, visto che il 22 luglio dello stesso anno inviò il suo segretario Emo Sparisci ad avvisare Mattei che l'OAS aveva ricevuto incarico di «convincere» il condottiero dell'Eni a desistere dalla lotta contro le sette sorelle, informazione che solo dal SIFAR poteva provenire al politico.

Tecnicamente e operativamente, il SIFAR funzionava molto bene sotto questo comando. Ricevuti ausilii tecnologici e istruttori da Servizi di paesi alleati, De Lorenzo siglò con questi accordi riservati come il Piano Demagnetize, nei quali il SIFAR assumeva un ruolo, vista la portata, in precedenza riservato alle sole autorità politiche governative. Iniziava, per il generale italiano, una fase in cui avrebbe assunto in proprio una sorta di delega alla sicurezza nazionale, scavalcando il Governo, in genere poco interessato, e manlevando il Quirinale (altro polo istituzionale costituzionalmente interessato) dall'occuparsi dei dettagli. Come l'Eni di Mattei in campo economico, così il SIFAR di De Lorenzo in campo militare e strategico: entrambi sopperivano alla scarsa dedizione dei politici eletti per la gestione di materie vitali con l'accentramento di poteri in capo a due condottieri in molte cose simili.

E, se a differenza del settore economico-petrolifero l'indirizzo di gestione strategica non era così nitidamente distinto da interessi potenziali di Paesi terzi, come l'Eni, invece, anche il SIFAR agiva con piena efficienza. Non solo il Servizio disponeva di ottime informazioni dall'esterno, che a volte poteva addirittura scambiare con servizi omologhi di Paesi alleati (fatto con pochi ed episodici precedenti nella storia delle varie organizzazioni di intelligence italiane), ma aveva informazioni estremamente particolareggiate su tutto quanto riguardava l'interno.

Comandante dei Carabinieri (1962-1965)modifica | modifica wikitesto

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Arma dei Carabinieri e Piano Solo.

Il 15 ottobre 1962 fu nominato Comandante generale dei carabinieri, in un frangente internazionale di massima allerta (nell'imminenza della crisi di Cuba) e, per quanto riguarda l'Italia, solo pochi giorni dopo l'apertura del Concilio Vaticano II (che registrò una certa freddezza tra Santa Sede e Stati Uniti) e pochi giorni prima della morte di Mattei, che aveva da poco ottenuto un indiretto appoggio dall'Osservatore Romano.

Ottenuta quasi a fil di lama, strappata al generale Giuseppe Aloia per il decisivo parere del PCI, la nomina di De Lorenzo pareva incontrare il gradimento generale: delle sinistre, dei moderati e dei conservatori. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, Fanfani inviò subito in missione riservatissima e urgente il fidato Ettore Bernabei, presidente della Rai, a conferire con Arthur Schlesinger, ufficialmente per trattare dei rapporti Stati Uniti-Vaticano.

Suo vice sarebbe stato Giorgio Manes, con cui presto sarebbe entrato in urto e che poi avrebbe redatto una nota relazione accusatoria sui fatti dell'estate del 1964. Al comando generale di viale Romania, De Lorenzo si insediò con piglio e decisione, determinato a mettere ordine in una gigantesca struttura disorganizzata. Il suo comando è certamente quello più noto della storia dell'Arma ed è forse anche quello più ricco di significato, avendo apportato alla Benemerita innovazioni di primaria importanza, fra le quali la reimpostazione in chiave militare dell'apparato.

Dal suo nuovo incarico riuscì a mantenere sempre un ruolo di primo piano nella vita della Repubblica, continuando ad avere contatti continui con il SIFAR e il Quirinale. Ne sono testimonianza gli eventi svoltisi nel luglio 1964 in seguito alla crisi del primo governo Moro. Il giorno 15 De Lorenzo venne infatti ricevuto dal Presidente della Repubblica Antonio Segni nell'ambito delle consultazioni per la formazione del nuovo Governo[2]. Antonio Segni lo ricevette (in realtà insieme ad altri militari a lui superiori) per sapere se a suo giudizio delle eventuali elezioni anticipate avrebbero potuto turbare l'ordine pubblico e De Lorenzo rispose che «la situazione è controllata e controllabile senza fare nulla, senza fare piani». Di piani, nello specifico di piani di contingenza, De Lorenzo si intendeva bene, essendo considerato il massimo artefice della programmazione e dello sviluppo del Piano Solo.

Capo di stato maggiore dell'Esercito (1965-1967)modifica | modifica wikitesto

Nel dicembre 1965 fu promosso capo di stato maggiore dell'Esercito Italiano, ancora una volta con il gradimento delle sinistre. La sua nomina fu, infatti, vista con favore oltre che da Aldo Moro, anche da esponenti della sinistra moderata come Pietro Nenni e Giuseppe Saragat (i quali si fidavano di un ex partigiano come De Lorenzo), ma fu invisa a qualche generale (come Paolo Gaspari, comandante della Regione militare meridionale, che si dimise stilando una lettera estremamente polemica e che ebbe una moderata circolazione negli ambienti militari superiori)[1].

Scontro Aloja – De Lorenzomodifica | modifica wikitesto

Passato (22 dicembre 1965) Giuseppe Aloja dal ruolo di capo di stato maggiore dell'Esercito Italiano a quello (più importante) della Difesa (mentre allo S.M. Esercito gli subentrava De Lorenzo), ne approfittò per allargare a tutte e tre[3] le forze armate l'esperienza dei corsi di ardimento, da lui stesso patrocinati inizialmente nel solo esercito[4], con accese reazioni da parte della stampa di sinistra[5].

Questo avvenimento scatenò, peraltro, un aspro conflitto tra i due generali, che avrebbe determinato il definitivo declino militare di De Lorenzo. Un prodromo di tali ostilità fu rappresentato dal cosiddetto scandalo delle «mine d'oro»[6]: un curioso «pellegrinaggio» di mine da un capo all'altro del suolo nazionale, messo in atto per avvantaggiare talune imprese preposte allo sminamento. Emerse il nome del generale Aldo Senatore, uomo assai vicino ad Aloja, e l'indiscrezione, come sarà dimostrato più tardi, scaturiva dal ricco «fondo documentale SIFAR» (dove regnava Allavena, alleato di De Lorenzo)[5]. Nell'aprile 1966, De Lorenzo sconfessò la linea Aloja – che malgrado le polemiche non desisteva dai «suoi» corsi di ardimento – abolendoli per quanto riguardava l'esercito (di cui De Lorenzo era da poco divenuto capo di stato maggiore). Tale insubordinazione fu bollata dal furente Rauti come una «bordata neutralista»[5].

Al di là degli antagonismi personali, Aloja appariva l'araldo di una concezione – emersa dal Parco dei Principi – che teorizzava la necessità di un più avanzato (anche psicologicamente) approntamento delle forze che avrebbero difeso l'Occidente in uno scontro di cui si presentiva l'imminenza, laddove De Lorenzo, pur essendo un indubbio «falco atlantico», non riteneva che le misure di sicurezza già esistenti richiedessero una speciale intensificazione. Nel maggio 1966 trapelò la notizia dell'improvvido acquisto dagli Stati Uniti di M60A1, un carro armato inadatto al trasporto ferroviario per la sua mole incompatibile con le gallerie italiane[7].

Poiché tale fornitura militare era stata approvata da Andreotti e Aloja, si trattava di un altro siluro del SIFAR, ma a cadere sarà la testa di Allavena: il generale destituito fu contemporaneamente riassegnato al Consiglio di Stato, dopo un infruttuoso tentativo di riciclarlo nella Corte dei conti[8]. Ad ogni modo, la permanenza di Allavena al Consiglio di Stato terminò nel 1967, per aver egli asportato numerosi fascicoli del servizio, prima di passare il testimone al suo successore, ammiraglio Eugenio Henke[9]. Il nuovo assetto del servizio segreto, nel frattempo ridenominato SID, non consentiva più di mantenere il coperchio sulle attività di dossieraggio care a De Lorenzo. In particolare, gli risultò fatale il fatto di aver sistematicamente spiato e schedato lo stesso Capo dello Stato. Nel gennaio 1967 il Ministro della Difesa Roberto Tremelloni, rispondendo ad alcune interrogazioni parlamentari sui fascicoli personali raccolti dal vecchio SIFAR, ammise che si erano verificate «deviazioni» dei servizi segreti[1], e il 15 aprile 1967, dopo che aveva rifiutato un'uscita di scena più discreta e onorevole (gli era stata proposta la nomina ad ambasciatore in Sud America come ricompensa per le spontanee dimissioni, che De Lorenzo tuttavia non intese rassegnare)[10], De Lorenzo fu destituito dall'incarico di capo dello stato maggiore dell'Esercito[1].

Nello stesso momento – essendo divenute parzialmente conoscibili le conclusioni della commissione Beolchini[11][12] (vi è riportato il testo incompleto disponibile all'epoca: la desegretazione sarebbe stata concessa da Giulio Andreotti solo nel 1990)[13][14] – suscitò notevole scalpore il settimanale L'Espresso titolando a caratteri cubitali, in copertina[2]:

«Finalmente la verità sul Sifar. 14 luglio 1964: complotto al Quirinale. Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di Stato.»

La commissione parlamentare, istituita nel marzo 1969[1] e lungamente osteggiata dai democristiani, fu punteggiata da svariate morti singolari di testimoni (il 27 aprile 1969, quella del generale Ciglieri in uno strano incidente stradale, il 25 giugno dello stesso anno il generale Manes colto da malore prima di aprir bocca in commissione)[15][16][17]. La commissione (con una relazione di maggioranza di 1410 pagine)[1] tese a ridimensionare la gravità delle anomalie riscontrate: essa censurò con espressioni dure il comportamento tenuto da De Lorenzo, ma ritenne che il suo piano illegittimo (perché approntato all'insaputa dei responsabili governativi e delle altre forze dell'ordine e affidato unicamente ai carabinieri) fosse irrealizzabile e fantasticante, bollandolo come «una deviazione deprecabile» ma non come un tentativo di colpo di Stato[13]. Nel 1971 il Presidente del Consiglio Emilio Colombo, avuta l'approvazione del Parlamento dopo un dibattito, affermò che «le irregolarità di alcune misure in materia di ordine pubblico» non costituirono una minaccia per le istituzioni[1].

Tra l'altro, in quella sede veniva disposta la distruzione dei trentaquattromila fascicoli illegali, ma evidentemente alle parole non seguirono i fatti fino al 1974, quando Andreotti ordinò di bruciarli davvero, e non si sa se in ogni caso ne siano circolate delle copie abusive anche molto tempo dopo[18].

I più stretti collaboratori di De Lorenzo, anche quelli di cui era emerso il coinvolgimento in azioni poco ortodosse, furono invece tutti promossi ad importanti ruoli di comando nell'Arma dei Carabinieri[19].

L'attività politicamodifica | modifica wikitesto

Alle elezioni politiche del 19 maggio 1968 De Lorenzo fu eletto alla Camera dei deputati tra le file del Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica[1]. In quell'elezione furono eletti anche Eugenio Scalfari (alla Camera) e Lino Jannuzzi (al Senato), entrambi con i socialisti[1].

Nel 1971 aderì al gruppo del MSI, dove venne rieletto nel 1972 fino alla sua morte avvenuta nel 1973, e sostituito da Michele Marchio.

Poco prima di morire, De Lorenzo si vide revocare la cittadinanza onoraria del Comune di Cotignola, conferita per i meriti acquisiti durante la Resistenza[1].

La militanza massonicamodifica | modifica wikitesto

De Lorenzo era membro di una loggia massonica chiamata Giustizia e Libertà, dipendente dalla Gran loggia di piazza del Gesù. Questa loggia aveva tra i propri membri diversi militari, tra i quali il generale Giuseppe Aloja, capo di stato maggiore della Difesa dal 1966 e Capo di stato maggiore dell'Esercito prima di De Lorenzo, e il generale Vito Micelisenza fonte.

Onorificenzemodifica | modifica wikitesto

Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valor militare
«Ufficiale superiore dello Stato Maggiore regio esercito si distingueva sin dai primi giorni dopo l'armistizio nella lotta contro il nemico occupante. Incaricato dal Comando supremo italiano di svolgere attività informativa nell'interesse delle operazioni quale vice capo del centro informazioni dislocato nella Capitale, si dedicava con grande abnegazione al nuovo compito riuscendo a raccogliere e far pervenire notizie preziose per il loro immediato sfruttamento bellico. Benché attivamente ricercato e nonostante che il moltiplicarsi degli arresti e delle delazioni rendessero sempre più rischioso lo svolgimento della sua attività, riuscito a sfuggire con abile decisione all'arresto, onde non fare cessare la corrente informativa continuava - alto esempio per i suoi collaboratori - imperturbabile nella sua delicata ed importante missione fino alla liberazione della Capitale.»
— Roma, marzo-giugno 1944.
Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
— Roma, 22 maggio 1964[20].

Notemodifica | modifica wikitesto

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia dei due Giovanni, Milano, Rizzoli, 1989.
  2. ^ a b c d Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992.
  3. ^ L'Arma dei Carabinieri, fino al 2000, era semplicemente la prima arma dell'Esercito Italiano.
  4. ^ Direttiva dello stato maggiore Difesa A/10/66.
  5. ^ a b c De Lutiis, I servizi, op. cit., pag. 78.
  6. ^ Fondazione Cipriani, cronologia, 14 aprile 1966, fondazionecipriani.it. URL consultato il 4 agosto 2010.
  7. ^ "Il generale de Lorenzo aveva bloccato l'acquisto del carro medio americano M-60, rivelatosi inadeguato" (PDF), senato.it. URL consultato il 4 agosto 2010.
  8. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit., pag. 79.
  9. ^ Dal piano solo al tentato golpe borghese e la Loggia P2: come sono cambiati i servizi in Italia, loggiap2.com, 16 novembre 2006. URL consultato il 4 agosto 2010.
  10. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit. pag. 80.
  11. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit. pag. 84.
  12. ^ Renzo Trionfera, Sifar affair, Roma, Reporter, 1968.
  13. ^ a b Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo, Milano, Rizzoli, 1991.
  14. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit., nota a pag. 519.
  15. ^ Francesco Grignetti, Le carte indistruttibili dell'Armata fantasma, in La Stampa, 13 gennaio 2009. URL consultato il 4 maggio 2017.
  16. ^ Bernardo Ferro, Quegli strani suicidi, in Il Cassetto, 7 luglio 2007. URL consultato il 4 agosto 2010.
  17. ^ Mario Guarino e Feodora Raugei, Gli anni del disonore, Bari, Edizioni Dedalo, 2006.
  18. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit., pag. 88.
  19. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit., pagg. 87-88.
  20. ^ De Lorenzo Gen.C.A. Giovanni – Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana, Quirinale.it, 22 maggio 1964. URL consultato il 22 giugno 2012.

Bibliografiamodifica | modifica wikitesto

  • Giuseppe De Lutiis, I servizi segreti in Italia. Dal fascismo all'intelligence del XXI secolo, Milano, Sperling & Kupfer, 2010, ISBN 978-88-200-4727-6.
  • Mario Guarino e Feodora Rauegi, Gli anni del disonore. Dal 1965 il potere occulto di Licio Gelli e della Loggia P2 tra affari, scandali e stragi, Bari, Edizioni Dedalo, 2006, ISBN 88-220-5360-5.
  • Virgilio Ilari, Il generale col monocolo. Giovanni de Lorenzo 1907-1973, Ancona, Nuove Ricerche, 1994.
  • Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia dei due Giovanni (1955-1965), Milano, Rizzoli, 1989.
  • Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo (1965-1978), Milano, Rizzoli, 1991.
  • Renzo Trionfera, Sifar affair, Roma, Reporter, 1968.
  • Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992.

Voci correlatemodifica | modifica wikitesto

Altri progettimodifica | modifica wikitesto

Collegamenti esternimodifica | modifica wikitesto

Predecessore Direttore del SIFAR Successore SIFAR.gif
Ettore Musco 1955 - 1962 Egidio Viggiani
Predecessore Comandante generale dell'Arma dei Carabinieri Successore Flag of the commanding general of the Carabinieri.svg
Renato De Francesco 15 ottobre 1962 - 7 gennaio 1966 Carlo Ciglieri
Predecessore Capo di stato maggiore dell'Esercito Italiano Successore Flag of the chief of staff of armed force.svg
Giuseppe Aloia 1966 - 1967 Guido Vedovato
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