Ilaria Alpi

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Ilaria Alpi

Ilaria Alpi (Roma, 24 maggio 1961Mogadiscio, 20 marzo 1994) è stata una giornalista e fotoreporter italiana del TG3, assassinata a Mogadiscio insieme al suo cineoperatore Miran Hrovatin[1][2].

Biografiamodifica | modifica wikitesto

La formazione e l'inizio dell'attività giornalisticamodifica | modifica wikitesto

Si diplomò al Liceo Tito Lucrezio Caro di Roma. Grazie anche all'ottima conoscenza delle lingue (arabo, francese e inglese) ottenne le prime collaborazioni giornalistiche dal Cairo per conto di Paese Sera e de l'Unità. Successivamente vinse una borsa di studio per essere assunta alla Rai.

L'inchiesta sul traffico di rifiuti in Somalia e la mortemodifica | modifica wikitesto

Il famigerato km 4: a destra, il cinema Equatore; a sinistra vi era il Sahafi hotel

Ilaria Alpi giunse per la prima volta in Somalia nel dicembre 1992 per seguire, come inviata del TG3, la missione di pace Restore Hope, coordinata e promossa dalle Nazioni Unite per porre fine alla guerra civile scoppiata nel 1991, dopo la caduta di Siad Barre. Alla missione prese parte anche l'Italia, superando in tal modo le riserve dell'inviato speciale per la Somalia, Robert B. Oakley, legate agli ambigui rapporti che il governo italiano aveva intrattenuto con Barre nel corso degli anni ottanta.

Le inchieste della giornalista si sarebbero poi soffermate su un possibile traffico di armi e di rifiuti tossici che avrebbero visto, tra l'altro, la complicità dei servizi segreti italiani e di alte istituzioni italiane:[1][2][3][4] Alpi avrebbe infatti scoperto un traffico internazionale di rifiuti tossici prodotti nei Paesi industrializzati e dislocati in alcuni paesi africani in cambio di tangenti e di armi scambiate coi gruppi politici locali. Nel novembre precedente l'assassinio della giornalista era stato ucciso, sempre in Somalia e in circostanze misteriose, il sottufficiale del SISMI Vincenzo Li Causi, informatore della stessa Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano.[5]

Alpi e Hrovatin furono uccisi in prossimità dell'ambasciata italiana a Mogadiscio, a pochi metri dall'hotel Hamana, nel quartiere Shibis; in particolare, in corrispondenza dell'incrocio tra via Alto Giuba e corso Somalia (nota anche come strada Jamhuriyada, corso Repubblica). La giornalista e il suo operatore erano di ritorno da Bosaso, città del nord della Somalia: qui Ilaria Alpi aveva avuto modo di intervistare il cosiddetto sultano di Bosaso, Abdullahi Moussa Bogor, che riferì di stretti rapporti intrattenuti da alcuni funzionari italiani con il governo di Siad Barre, verso la fine degli anni ottanta. La giornalista salì poi a bordo di alcuni pescherecci, ormeggiati presso la banchina del porto di Bosaso, sospettati di essere al centro di traffici illeciti di rifiuti e di armi: si trattava di navi che inizialmente facevano capo ad una società di diritto pubblico somalo e che, dopo la caduta di Barre, erano illegittimamente divenute di proprietà personale di un imprenditore italo-somalo. Tornati a Mogadiscio, Alpi e Hrovatin non trovarono il loro autista personale, mentre si presentò Ali Abdi, che li accompagnò all'hotel Sahafi, vicino all'aeroporto, e poi all'hotel Hamana, nelle vicinanze del quale avvenne il duplice delitto. A bordo del mezzo si trovava altresì Nur Aden, con funzioni di scorta armata.

Sulla scena del crimine arrivarono subito dopo gli unici altri due giornalisti italiani presenti a Mogadiscio, Giovanni Porzio e Gabriella Simoni. Una troupe americana (un freelance che lavorava per un network americano) arrivò mentre i colleghi italiani spostavano i corpi dall'auto in cui erano stati uccisi a quella di un imprenditore italiano con cui successivamente vennero portati al Porto vecchio. Una troupe della Svizzera italiana si trovava invece all'Hotel Sahafi (dall'altra parte della linea verde) e filmò su richiesta di Gabriella Simoni - perché ci fosse un documento video - le stanze di Miran e Ilaria e gli oggetti che vennero raccolti.[6]

Ilaria Alpi venne sepolta nel Cimitero Flaminio di Roma.

La madre, Luciana Ricciardi Alpi, (1933 - 12 giugno 2018) ha intrapreso, fin dal primo processo, una battaglia per cercare la verità e far cadere ogni sorta di depistaggio sull’omicidio della figlia.

Indagini sulla mortemodifica | modifica wikitesto

Il procedimento penalemodifica | modifica wikitesto

Il duplice omicidio determinò l'apertura di due distinti procedimenti penali a carico di ignoti: l'uno, presso la procura di Roma, per la morte della Alpi (p.p. 2822/94 RGNR mod. 44); l'altro, presso la procura di Trieste, per la morte di Hrovatin (p.p. 110/1994 RGNR mod. 44). Titolari delle indagini erano, rispettivamente, i sostituti procuratori Andrea De Gasperis e Filippo Gulotta; in seguito, il 20 marzo 1996, il procuratore capo di Roma Michele Coiro affiancò a De Gasperis il sostituto Giuseppe Pititto, poi divenuto unico titolare dell'inchiesta.

Pititto dette alle indagini un impulso significativo: dispose l'autopsia sul corpo della Alpi, laddove, in precedenza, erano stati effettuati soltanto rilievi necroscopici esterni; richiese una nuova consulenza tecnica balistica, a seguito della quale fu accertato che i colpi furono inferti alla giornalista a una distanza ravvicinata, alla stregua di un'esecuzione, mentre la prima consulenza, effettuata nel maggio 1994, aveva accreditato l'ipotesi che i colpi fossero stati sparati da lontano; soprattutto, il 12 giugno 1997 convocò a Roma, quali persone informate sui fatti, Mohamed Nur Aden, la guardia del corpo della giornalista, e Sidi Ali Abdi, che aveva accompagnato i due cronisti dall'aeroporto di Mogadiscio fino all'hotel Hamana, in prossimità del quale era avvenuto il duplice omicidio (sia Nur Aden che Ali Abdi erano stati rintracciati dalla Digos di Udine). Tuttavia, il 18 giugno 1997, il nuovo procuratore capo di Roma, Salvatore Vecchione, avocò le indagini a Pititto e le assegnò a Franco Ionta.

Il 17 luglio 1997 Ionta procedette così all'assunzione di informazioni da Ali Abdi e Adenun Nur. Ali Abdi dichiarò che la Alpi gli aveva riferito di dover andare insieme a Hrovatin all'hotel Hamana per incontrare il giornalista Remigio Benni, in realtà già partito da due giorni alla volta di Nairobi, precisando che, una volta giunti a destinazione, solo la Alpi sarebbe scesa dalla vettura, mentre, a detta di Nur Aden, sarebbero entrati nell'hotel entrambi i cronisti.

Il 6 giugno 1997, intanto, Panorama aveva dato conto, in un ampio reportage, di numerose violenze asseritamente commesse dalle truppe italiane in Somalia nell'ambito della missione Ibis (UNOSOM I e II), pubblicando alcune foto; inoltre, era stato diffuso un memoriale (memoriale Aloi), in cui l'estensore, un maresciallo all'epoca in servizio presso il reggimento Tuscania, aveva denunciato una serie di presunte violenze messe in atto dal contigente italiano ai danni di civili somali, adombrando un possibile collegamento tra la morte della giornalista Alpi e certi comportamenti dei militari italiani. Al fine di accertare la perpetrazione di eventuali abusi nei confronti della popolazione, il 16 giugno fu nominata un'apposita commissione governativa d'inchiesta (presieduta da Ettore Gallo e composta da Tina Anselmi, Tullia Zevi, i generali Antonino Tambuzzo e Cesare Vitale). Di lì a poco, d'altra parte, emerse la mendacità delle affermazioni rilasciate nel corso dell'intervista a Panorama da uno degli accusatori[7], mentre la stessa commissione Gallo, al termine dei lavori, escluse che il contingente italiano si fosse reso responsabile, nel suo complesso, di atti di violenza contro i civili (al contrario di quanto fu accertato per il contingente canadese, nell'ambito del cosiddetto Somalia affair, e per quello belga)[8].

Nel corso del 1997, un giornalista, Giovanni Maria Bellu, portò alla luce una singolare circostanza. Venuto a conoscenza del fatto che due componenti dell'agguato erano rimasti feriti, chiese ad un amministratore dell'ospedale Keysaney, unico presidio di Mogadiscio in grado di affrontare emergenze di una certa rilevanza, di poter visionare i registri delle persone che si erano presentate presso detto ospedale, adducendo di aver avuto una serie di segnalazioni da parte di cittadini somali che gli avevano riferito di aver subito violenze da parte degli italiani e di essersi recati al Keysaney per le cure del caso. Bellu dette un elenco di date completamente inventate e tra quelle inserì anche la data dell'agguato; ebbene, alla pagina del 20 marzo 1994 figuravano solo due feriti d'arma da fuoco e il nome di entrambi era stato cancellato col bianchetto e poi riscritto sopra.

Nei primi mesi del 1997, intanto, in un'intervista rilasciata a Isabel Pisano e Serena Purarelli per Format, Osman Omar Weile (detto Gasgas), colonnello della polizia di Mogadiscio nord, sostenne di avere i nominativi degli esecutori materiali dell'agguato: egli, infatti, era intervenuto sul luogo del delitto il giorno del tragico evento e aveva provveduto ad ascoltare alcune persone presenti sul posto per tentare di ricostruire la dinamica dell'agguato, incaricando poi il suo vice, Ali Jiro Shermarke, di redigere una dettagliata relazione. Il capo della polizia di Mogadiscio nord era, all'epoca dei fatti, il generale Ahmed Jilao Addo.

Nel frattempo, attraverso l'attività svolta dall'ambasciatore italiano in Somalia, Giuseppe Cassini, venne rintracciato un possibile testimone oculare, Ahmed Ali Rage, detto Gelle, il quale asseriva di essersi trovato sul luogo dell'agguato al momento del duplice omicidio e alla cui individuazione si giunse mediante i buoni uffici di due cittadini somali, Ahmed Mohamed Mohamud (detto Washington), a sua volta coadiuvato da Abdisalam Ahmed Hassan (detto Shino), e di Mohamed Nur Mohamud (detto Garibaldi). Gelle fu così accompagnato a Roma in veste di persona informata sui fatti: assunto a sommarie informazioni dalla Digos di Roma il 10 ottobre 1997 e nuovamente escusso da Ionta il giorno successivo, accusò dell'omicidio Alpi-Hrovatin un suo connazionale, tale Hashi detto "Faudo", riconoscendolo come uno degli autori materiali del duplice omicidio e precisando di aver assistito personalmente alla sparatoria mentre si trovava davanti all'hotel Hamana. Il 23 dicembre 1997 la Digos di Udine riuscì a identificare la persona indicata da Gelle, senonché, il giorno stesso, Gelle divenne irreperibile.

Successivamente, l'11 gennaio 1998, Cassini condusse a Roma undici cittadini somali per essere sentiti dalla commissione Gallo: alcuni in qualità di vittime delle violenze asseritamente commesse nei loro riguardi dai militari italiani; altre perché comunque ritenute persone informate sui fatti. A tal fine, l'ambasciatore si era rivolto ad Ali Mahdi e al figlio del generale Aidid, Hussein Farrah Aidid, i quali, a loro volta, avevano affidato l'incarico di redigere una lista delle possibili vittime ad un gruppo di anziani, la Società degli Intellettuali Somali. Tra le persone accompagnate in Italia vi erano l'autista di Ilaria Alpi, Ali Abdi, e la persona accusata dallo stesso Gelle quale autore del duplice omicidio, Hashi Omar Hassan: a suo dire, infatti, alcuni militari italiani lo avrebbero legato e gettato in mare presso il porto vecchio di Mogadiscio insieme ad altre venti persone che, in tale occasione, avrebbero perso la vita[9].

Il 12 gennaio 1998 fu di nuovo assunto a sommarie informazioni l'autista della Alpi, giunto a Roma appena il giorno precedente. Mentre nella precedente escussione, effettuata il 17 luglio 1997 da parte di Ionta (a seguito della citazione effettuata da Pititto), Ali Abdi non aveva rilasciato alcuna dichiarazione eteroaccusatoria in merito al duplice omicidio, dinanzi agli inquirenti della Digos fornì una diversa versione dei fatti: in particolare, nella serata del 12 gennaio, ripresa l'escussione precedentemente interrotta, Ali Abdi dichiarò di riconoscere in Hashi uno degli uomini presenti all'interno della Land Rover con a bordo i sette componenti del commando, armati di fucili mitragliatori FAL[10]. Tale dichiarazione fu confermata nella successiva assunzione a sommarie informazioni del 20 gennaio 1998.

Il 13 gennaio Hassan fu così sottoposto a fermo (p.p. 24/1998 RGNR mod. 21); due giorni dopo veniva disposta la custodia cautelare in carcere, con ordinanza confermata dal tribunale del riesame il 7 febbraio. Parallelamente, si apriva un nuovo fascicolo contro ignoti (p.p. 6403/1998 RGNR mod. 44).

Il 15 luglio 1998 furono assunti a sommarie informazioni altri tre cittadini somali: Adar Ahmed Omar, una donna che gestiva una bancarella del the davanti all'hotel Hamana; Hussein Alasow Mohamoud (detto Bahal), seduto davanti al medesimo albergo; Abdi Mohamed Omar (detto Jalla), il quale si era intrattenuto nelle vicinanze dell'albergo. Costoro non rilasciarono alcuna dichiarazione accusatoria nei confronti di Hassan ed erano giunti in Italia a seguito delle indagini svolte dalla Digos di Udine sulla base delle informazioni assunte da due somali: Mohamed Moamud Mohamed (detto Gargallo), la cui identità non era stata rivelata dalla Digos per motivi di sicurezza (fu poi avventatamente resa pubblica nel corso dei lavori della commissione presieduta da Taormina); Umar Hajimunye Diini (detto Omar Dini), giornalista.

Il 18 luglio 1998, Ionta formulò la richiesta di rinvio a giudizio a carico di Hassan, accusato di concorso in omicidio volontario aggravato; il 21 settembre giudice dell'udienza preliminare Alberto Macchia ne disposse il rinvio a giudizio.

Il somalo Hashi Omar Hassan, accusato degli omicidi Alpi e Hrovatin, davanti al tribunale di Roma nel 1998: condannato nel 2000 a 26 anni di reclusione, tuttavia nel 2015 il suo processo venne rivisto, portando l'anno seguente alla sua assoluzione.

La prima udienza dibattimentale si tenne il 18 gennaio 1999 presso la Corte d'Assise di Roma; il collegio era presieduto da Gianvittore Fabbri. Nel corso del processo, alcuni dei testimoni auditi lasciarono intravedere particolari inquietanti intorno ai possibili legami tra l'assassinio della giornalista e i presunti traffici illeciti di armi e di rifiuti tossici che sarebbero intercorsi tra Italia e Somalia. Il 10 maggio, il presidente del Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato, Franco Frattini, intervenendo ad una trasmissione televisiva, rilevò come la questione dei traffici illeciti come possibile movente del duplice omicidio fosse "un elemento importante che sta emergendo".

Nel frattempo, tuttavia, poiché Gelle si era reso irreperibile, nel processo poterono essere utilizzate le dichiarazioni che egli aveva rilasciato nel corso delle indagini preliminari senza procedere all'esame testimoniale: sul presupposto che tali dichiarazioni fossero divenute irripetibili, infatti, esse fecero ingresso nel fascicolo del dibattimento (ex art. 431, co.1 , lett. b) e c) c.p.p.). In tal modo, il principale accusatore di Hassan si sottrasse alla cross examination e le sue dichiarazioni poterono essere utilizzate dal giudice in difetto di qualsiasi contraddittorio con l'accusato, sebbene egli fosse sotto la costante vigilanza degli organi di polizia. Quanto ad Ali Abdi, dopo la deposizione fece ritorno in Somalia e morì alcuni giorni dopo.

La difesa, da parte sua, chiamò a testimoniare due cittadini somali, i quali asserirono che il giorno dell'agguato l'imputato si trovava presso Haji Ali, a duecento chilometri da Mogadiscio, per visitare un familiare gravemente malato.

La perizia della Polizia Scientifica, nel ricostruire la dinamica dell'azione criminale, stabilì che i colpi sparati dai Kalašnikov erano indirizzati alle vittime, poiché sparati a bruciapelo, a distanza ravvicinata; secondo una successiva perizia balistica, invece, i colpi sarebbero stati sparati da lontano, senza che l'omicida potesse avere consapevolezza dell'identità delle vittime.

Il 20 luglio 1999 Hassan fu assolto per non aver commesso il fatto: secondo il collegio, Hassan sarebbe stato offerto alla giustizia italiana dal presidente somalo Ali Mahdi "come capro espiatorio" per riallacciare i rapporti tra Italia e Somalia. Scrivono i giudici nella motivazione:

««[...] il viaggio di Abdi in Italia, su richiesta della Commissione Gallo, non era giustificato, dal momento che egli era estraneo alle violenze sui somali: sembra perciò fatto apposta per creare una situazione di contatto tra Abdi e Hashi. [...] Non sembra, infatti, dubitabile che Abdi sia stato fatto partire per l'Italia al solo fine di effettuare il riconoscimento di Hashi. [...] Il sospetto è ancora più aggravato dal fatto che alcune piste potrebbero portare a ritenere che la Alpi sia stata uccisa, a causa di quello che aveva scoperto, per ordine di Ali Mahdi e di Mugne (Presidente della Shifco, società a cui appartenevano i pescherecci, compresa la Faraax Omar sequestrata a Bosaso e su cui Ilaria stava indagando); appare quindi lecito il dubbio che Ali Mahdi possa avere avuto tutto l'interesse a chiudere le indagini offrendo come capro espiatorio una persona del suo stesso clan»

(Pagg. 78-79, 82-85 motivazione)

Hassan, tuttavia, non vene immediatamente scarcerato poiché, nel frattempo, si era aperto a suo carico un processo per violenza carnale, reato asseritamente commesso a danno di una sua connazionale in Somalia. Da tale capo d'accusa sarà assolto il 26 luglio 1999.

Rispetto al duplice omicidio, invece, il processo d'appello ebbe inizio il 24 ottobre 2000, presso la Corte d'assise d'appello di Roma; il collegio era presieduto da Franco Plotino. Il secondo grado di giudizio ribaltò le conclusioni del collegio di prime cure: secondo i giudici dell'impugnazione, infatti, sia Gelle che Ali Abdi "sono da considerare attendibili ed entrambi hanno visto l'imputato a bordo della Land Rover prima della sparatoria"; Hassan, ritenuto responsabile del duplice omicidio volontario, con l'aggravante della premeditazione, fu condannato all'ergastolo. Venne inoltre disposta la misura della custodia cautelare in carcere, motivata sulla base del pericolo di fuga.

La sentenza fu confermata dalla Corte di cassazione, salvo nella parte in cui riconosceva l'aggravante della premeditazione; la Cassazione dispone dunque il rinvio al giudice di merito per la nuova commisurazione della pena. Il processo d'appello bis si aprì il 10 maggio 2002 davanti alla corte d'Assise d'Appello di Roma, presieduta da Enzo Rivellese: il collegio concluse per la pena di 26 anni di reclusione, senza la premeditazione e riconoscendo le attenuanti generiche come equivalenti all'aggravante del numero dei partecipanti all'agguato (essendo 7 i componenti dell'agguato).

Il 19 ottobre del 2016 la svolta. Secondo il sostituto procuratore generale analizzando le prove emerse nei confronti di Omar Hassan "ne deriva un quadro bianco senza immagini, senza niente". "E quindi - ha detto Razzi - la mia conclusione non può che essere una richiesta di assoluzione per non aver commesso il fatto". Il magistrato ha parlato di "inattendibilità" del teste Gelle. "Non esiste" ha sottolineato. Ashi Omar Hassan viene assolto dopo aver scontato 17 dei 26 anni che avrebbe dovuto scontare secondo la pena inflittagli. Il 3 luglio 2017, la procura di Roma chiede di archiviare l'inchiesta in quanto risulta impossibile accertare l'identità dei killer e il movente del duplice omicidio

I lavori della Commissione parlamentare d'inchiestamodifica | modifica wikitesto

Il 23 febbraio 2006 un'apposita Commissione parlamentare d'inchiesta, dopo due anni, concluse i suoi lavori con tre relazioni contrapposte, una approvata a maggioranza e due di minoranza[11]. Durante le audizioni vennero sentiti numerosi testi a vario titolo coinvolti o a conoscenza delle dinamiche e dei fatti. Tra essi Mario Scialoja[12], ex ambasciatore italiano, che escluse o ritenne minima la possibilità di matrice fondamentalista islamica, e vari appartenenti ai servizi informativi SISMI e SISDE[13] che invece contemplarono una forte possibilità di questa matrice. La commissione, tuttavia, non avrebbe condotto i necessari approfondimenti per escludere che l'omicidio potesse essere stato commesso per le informazioni raccolte dalla Alpi sui traffici di armi e di rifiuti tossici.[14]

La commissione, sempre nella relazione di maggioranza, cercò di riscontrare l'ipotesi che l'omicidio fosse avvenuto "nell'ambito di un tentativo di rapina o di sequestro di persona conclusosi solo fortuitamente con la morte delle vittime[15], e questa tesi veniva accreditata anche in base ad un rapporto riservato di UNOSOM del 3 aprile 1994, da cui citava "è probabile che i banditi intendessero non appropriarsi del veicolo, ma rapinare due cittadini occidentali...[15]". Contestualmente veniva citato come fonte il somalo Ahmed Ali Rage, detto "Gelle", che accusava un altro somalo, Hashi Omar Hassan, di avergli raccontato che l'intenzione iniziale fosse di rapire i due giornalisti e che la situazione fosse poi degenerata nella sparatoria; Hassan venne arrestato anche sulla base di queste dichiarazioni quando arrivò in Italia per testimoniare ad un altro processo, quello sulle presunte violenze a carico di soldati del contingente italiano appartenenti alla brigata paracadutisti "Folgore"[16].

Altro movente che venne preso in considerazione fu il rancore verso gli italiani a causa di un arresto subito dallo stesso Hassan da parte proprio di un contingente della Folgore intervenuto a separare una rissa, durante il cui intervento Hassan colpì un ufficiale italiano. Ancora ad avvalorare questa ipotesi, nella relazione lunga 687 pagine, Valentino Casamenti dichiara che "i banditi liberati (dopo l'arresto da parte italiana) versavano in gravi condizioni economiche. Dovevano ripagare i loro avvocati ed avevano comunque urgente bisogno di soldi. Avevano deciso allora di sequestrare degli italiani per vendicarsi del trattamento subito dalla Folgore...[17]", anche se la giornalista Giuliana Sgrena, amica della Alpi ed arrivata a Mogadiscio subito dopo l'uccisione, nella sua audizione il 20 luglio 2005 dichiarò che "si è detto che potesse essere un sequestro, ma allora sembrava abbastanza inverosimile[18]. La stessa Sgrena fu ascoltata in merito all'ipotesi di una "ritorsione di natura economica, ovvero vendetta anti italiana o anti occidentale" insieme al giornalista di Repubblica Vladimiro Odinzoff[19], che intervistò un suo contatto somalo, un morian che aveva a suo dire partecipato alla battaglia del Pastificio e che raccontò di una banda di quindici criminali somali arrestati da un gruppo misto del Col Moschin e della polizia somala, brutalmente picchiati all'arresto e dalla polizia somala anche in carcere tanto che uno avrebbe perso l'uso delle gambe, da cui la ragione della vendetta; questa fonte, sebbene ritenuta credibile da Odinzoff e dalla Sgrena, tanto che il primo ne ricavò un articolo pubblicato su La Repubblica il 5 aprile 1994 con titolo Ilaria e Miran uccisi dalla malavita somala, sebbene nessun riscontro fosse stato trovato a supporto[20].

Nell'opposizione parlamentare ci si soffermò, invece, su alcune anomalie del modo di procedere della Commissione d'inchiesta, che potrebbero averne falsato le risultanze. Quella che nella XIV legislatura da uno dei suoi componenti (l'onorevole Enzo Fragalà) fu definita “l'unica Commissione parlamentare della storia della Repubblica che svolge sul serio l'attività di inchiesta (le altre hanno sempre fatto salotto)”[21], nel suo regolamento interno, il 3 marzo 2005 introdusse un articolo 10-bis riguardante le deliberazioni incidenti sulle libertà costituzionalmente garantite. Ciò fu presentato dal Presidente, Taormina, come la risposta ad un quesito posto da tempo in importanti scritti di costituzionalisti: quello di assicurare che la ricerca di un'azione investigativa fosse condivisa da tutte le forze politiche. In realtà, la ricchissima disamina della materia dell'articolo 82 della Costituzione riscontra un'esigenza di utilizzazione dello strumento numerico essenzialmente ad altro fine (quello dei maggiori o minori quorum da raggiungere per istituire una Commissione di inchiesta). Poco o nulla si rinviene, invece, sulla questione delle deliberazioni della Commissione d'inchiesta, che in tempi di consensualismo antico decidevano all'unanimità le modalità di esercizio dei loro poteri istruttori.

Nella relazione conclusiva della Commissione di cui era presidente, Taormina sostenne che la norma regolamentare in questione opera “da un punto di vista dei rapporti con i terzi, il rafforzamento delle garanzie del cittadino attinto da un provvedimento, il quale sarà posto in essere solo in quanto risultato positivo al giudizio di legittimità, di merito nonché di opportunità politica effettuato da tutti i membri dell'organismo parlamentare presenti in seduta”. Ma l'unica, vera garanzia è l'esistenza di un organo terzo cui affidare il controllo, in ordine alla riconducibilità della fattispecie al parametro di riferimento offerto dalla Costituzione. Nella successiva legislatura una norma che seguiva la medesima struttura e finalità - anche se prevedeva non l'unanimità dei presenti ma la maggioranza dei due terzi dei componenti - fu proposta all'interno della legge istitutiva di una Commissione di inchiesta, quella antimafia. Infine, il presidente Taormina sosteneva che “la brutalità dei numeri è certamente qualcosa che cozza con l'esigenza dell'accertamento dei fatti”[22].

In data 11 febbraio 2008 la Corte Costituzionale, adita in sede di conflitto di attribuzione, stabilì che:

«[...]non spettava alla Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin adottare la nota del 21 settembre 2005 (prot. n. 2005/0001389/SG-CIV), con la quale è stato opposto il rifiuto alla richiesta, avanzata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Roma, di acconsentire allo svolgimento di accertamenti tecnici congiunti sull'autovettura corpo di reato, e annulla, per l'effetto, tale atto.[23]»

Nel gennaio 2011 la Commissione parlamentare annuncia la riapertura delle indagini sul caso.[24]

I depistaggimodifica | modifica wikitesto

La Commissione parlamentare d'inchiesta affermò di avere ritrovato l'automobile sulla quale si trovavano i due giornalisti al momento dell'agguato, una Toyota, sulla quale erano presenti fori di proiettile e macchie di sangue. Ma quando venne esaminato il DNA del sangue, si scoprì che non apparteneva ai giornalisti.[25][26]

Le indagini sull'organizzazione Gladiomodifica | modifica wikitesto

Le indagini sulla morte della giornalista hanno portato ad accertare i contatti che Ilaria Alpi ha avuto con l'organizzazione Gladio. Un membro di Gladio, Li Causi, morto qualche mese prima, era stato un suo informatore. Le indagini si sono rivolte inoltre alla morte di Mauro Rostagno e al centro Scorpione di Trapani (una sede di Gladio)[27] Si è ipotizzato che il Centro Scorpione, dove operavano agenti dei servizi segreti di Gladio, ricevesse armi dalla società OTO Melara di Finmeccanica a La Spezia, e che queste armi siano state inviate in Africa, dove operava la stessa organizzazione Gladio, dall'aeroporto di San Vito Lo Capo con un aereo ultraleggero non visibile ai radar.[28]

Tributi e riconoscimentimodifica | modifica wikitesto

Opera alla memoriamodifica | modifica wikitesto

  • Dal 1995 si assegna ogni anno a Riccione il Premio Ilaria Alpi alle migliori inchieste televisive italiane dedicate ai temi della pace e della solidarietà.
  • Nel 1997 i Gang le hanno dedicato la canzone Chi ha ucciso Ilaria Alpi? contenuta nell'album Fuori dal controllo, mentre nel 2010 i Pooh hanno scritto la canzone Reporter, struggente ballata contenuta nell'album Dove comincia il sole e dedicata a Ilaria.
  • Il film del 2003 Ilaria Alpi - Il più crudele dei giorni di Ferdinando Vicentini Orgnani ripercorre questa tragica storia.
  • Nel 2007 debutta al Premio Ilaria Alpi il monologo di teatro civile "La Vacanza" che ricostruisce il caso Alpi/Hrovatin. Scritto e recitato da Marina Senesi, attrice e voce di Radio 2 Caterpillar in collaborazione con Sabrina Giannini, autrice e giornalista di Report. Il testo è stato rappresentato ogni anno nel mese di marzo fino al raggiungimento del ventennale dell'uccisione di Ilaria e Miran (2014)
  • Il 2 febbraio 2009, il comune di Parma, inaugura una biblioteca del circuito bibliotecario comunale a Ilaria Alpi[29], il cui padre era originario di Compiano, piccolo borgo in provincia di Parma.
  • Nel maggio 2009 Daniele Biacchessi scrive la storia di Ilaria Alpi nel suo libro Passione reporter.
  • Nel 2011 Spartaco Gippoliti e Giovanni Amori, zoologi italiani, esperti di conservazione dei mammiferi, hanno dedicato il nome scientifico di una nuova specie di Mammifero della famiglia Bathyergidae ad Ilaria Alpi: Fukomys ilariae[30].
  • L'ONG Emergency le ha intitolato il centro chirurgico di Battambang, in Cambogia. Le sono poi state intitolate numerose strade, oltre a parchi, scuole, biblioteche e altri luoghi pubblici[31].
  • Nel maggio del 2011 il Liceo Scientifico del comune di Rutigliano in provincia di Bari, in occasione dell'ottenimento dell'autonomia, è stato intitolato alla giornalista tragicamente scomparsa.[32]
  • Il 26 aprile 2012 il comune di Velletri in provincia di Roma, intitola ad Ilaria Alpi un grande viale cittadino alla presenza della madre e di altri familiari della giornalista scomparsa.[33]
  • Il 20 marzo 2014 esattamente venti anni dopo la scomparsa, Rai 3 ha ricordato le figure di Ilaria e Miran attraverso uno speciale in prima serata, condotto da Andrea Vianello, chiamato La strada della verità, in cui sono state raccontate, anche grazie alle testimonianze, le ricostruzioni e i racconti dei vari ospiti in studio, le ultime ore di vita dei due giornalisti inviati in Somalia.[34]
  • Il 21 novembre 2014 Luciana Riccardi, madre di Ilaria, ha scritto una lettera ai vertici dell'associazione e del premio Ilaria Alpi in cui, dimettendosi da socio, chiede di chiudere il premio giornalistico perché non è stata fatta giustizia sulla morte della figlia "questo impegno con l'andare degli anni è divenuto particolarmente oneroso, anche per l'amarezza che provo nel constatare che, nonostante il nostro impegno, le indagini in sede giudiziaria non hanno portato alcun risultato".[35]
  • Nell'album Sguardi, pubblicato nel 2016 dal cantautore Milo Brugnara, è presente il brano Ilaria, dedicato ad Ilaria Alpi[36]
  • Il 13 giugno 2016 viene intitolato a suo nome l’istituto comprensivo statale di Montesarchio.[37]
  • 29 marzo 2017: esce il film d'animazione Somalia94 - Il caso Ilaria Alpi di Marco Giolo, che ripercorre le ultime settimane di vita della giornalista e del cameraman Miran Hrovatin.
  • Il 29 aprile 2017 a Desenzano del Garda è stato inaugurato alla memoria di Ilaria Alpi un parco comunale di circa 5 mila metri quadrati (Parco Ilaria Alpi).
  • il 27 maggio 2017 a Cavernago la scuola secondaria di I^ grado è stata intitolata a Ilaria Alpi. La madre, Luciana Riccardi Alpi, ha incontrato gli studenti.
  • il 5 giugno 2018 l'Istituto Comprensivo di Botricello viene intitolato ad Ilaria Alpi.

Targhe e premimodifica | modifica wikitesto

  • 1994, Targa, Comunità Aperta, Riccione
  • 1994, Targa, Premio Nazionale alla Professionalità, Serrone, Fiuggi
  • 1995, Targa, Ordine dei Giornalisti, Torino
  • 1994, Premio, Penne Pulite, Sarteano, Siena
  • 2005, Premio, Antonio Russo, Francavilla al mare, Chieti
  • 2003, Premio, Mario de Murtas, Alghero
  • 1995, Premio, Il libro, fiera internazionale, Messina
  • Targa, Circoscrizione VIII, Roma
  • 1994, Premio, Nazionale Chia per la cronaca fotografica e televisiva, Chia, Cagliari
  • 1994, Premio, Prof. G.Moscati, Casanova, Caserta
  • 1995, Premio, Professionale Reporter: l'immagine del giornalismo nel cinema.
  • 1995, Premio giornalistico Roberto Ghinetti, San Miniato, Pisa
  • 1994, Targa, Ricordo Serming
  • 1994, Premio giornalistico, Rotary Club - Carlo Casalegno, Roma
  • 2003, Premio giornalistico, Andrea Barbato, Mantova
  • 2003, 04, 05, Premio giornalistico, Camera dei deputati
  • Concorso giornalistico, Roma per Roma, Campidoglio
  • 1995, Premio, Antonino Buttitta, Messina
  • Cittadinanza onoraria e Medaglia d'oro, Sesto San Giovanni, Milano
  • 2014, Targa. Il Liceo Linguistico Statale di Cesena diventa ''Liceo Linguistico Ilaria Alpi''
  • 2016, la scuola secondaria di primo grado dell'Istituto Comprensivo Chiavari 2 viene intitolata a Ilaria Alpi

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  1. ^ a b L'ultimo viaggio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia e quell’ombra di Gladio, in Il Fatto Quotidiano, 25 marzo 2012. URL consultato il 23 ottobre 2016 (archiviato il 12 giugno 2018).
  2. ^ a b Ilaria Alpi, 20 anni fa l'omicidio della giornalista e di Miran Hrovatin in Somalia, in Il Fatto Quotidiano, 18 marzo 2014. URL consultato il 23 ottobre 2016.
  3. ^ Andrea Palladino, “Caso Alpi-barre d’uranio”: dossier dei servizi negli atti parlamentari segreti, in Il Fatto Quotidiano, 18 marzo 2014. URL consultato il 23 ottobre 2016.
  4. ^ Armi e rifiuti tossici: Ilaria Alpi, il martirio della verità
  5. ^ Rassegna stampa su ilariaalpi.it
  6. ^ i due video e la dinamica sono descritti nella parte finale del documentario La strada della verità su rai 3 dell'11 aprile 2015
  7. ^ La Repubblica, 27/06/1997, "Ho calunniato l'esercito per fare un po' di soldi"
  8. ^ La magistratura indagò sui seguenti fatti di reato: 1) il presunto stupro ed omicidio di un minore somalo presso l'ambasciata italiana a Mogadiscio, per il quale fu indagato un tenente colonnello della Folgore: fu provata la mendacità delle dichiarazioni accusatorie, peraltro rese da un civile che, in gioventù, aveva frequentato l'Accademia navale di Livorno e dalla quale era stato a suo tempo allontanato per motivi psichiatrici, con la diagnosi di note neurotoniche nevrasteniche; i giudici, in motivazione, stigmatizzarono la circostanza secondo cui i vertici militari non avrebbero collaborato alle indagini "per negligenza o altro"; 2) lo stupro di una giovane somala con un razzo illuminante; la vittima, individuata in Dhaira Salad Osman, sostenne che il fatto sarebbe stato commesso a Gioar, mentre l'autore della fotografia disse di averla scattata a Balad, presso il posto di blocco Demonio, il 14-15 giugno 1993; 3) le torture con elettrodi commesse al campo di Johar il 9-10 aprile 1993 ai danni di un prigioniero somalo, Aden Abukar Ali. Furono imputati per il delitto di cui all'art. 608 c.p. due militari: uno patteggiò la pena; l'altro fu condannato in primo grado a diciotto mesi di reclusione, ma nei suoi confronti fu poi pronunciata, in appello, sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione; 4) le sevizie commesse nei confronti di tre cittadini somali, poi ricoverati presso un ospedale di Mogadiscio gestito dagli Emirati Arabi Uniti: costoro erano stati arrestati il 2 luglio 1993 mentre, a bordo di un camion carico di armi, si stavano dirigendo verso il checkpoint Pasta, in cui si stava svolgendo la battaglia del pastificio, al fine di sostenere i miliziani somali (negli scontri persero la vita tre militari italiani); 5) un falso ideologico: i militari italiani autori dell'arresto suddetto, al fine di smentire quanto sostenuto dalle persone offese, produssero un documento falso in cui attestavano di aver consegnato i tre arrestati alla polizia somala il giorno successivo.
  9. ^ Le altre nove persone giunte in Italia erano Aden Abukar Ali, torturato con gli elettrodi di un telefono da campo; Dahira Salad Osman, stuprata con un razzo illuminante; Abdukadir Salad Osman, fratello della precedente; Abdulle Mao Afrah e Ibrahim Mohamed Mohamud, che sarebbero stati «incaprettati» a El Dere e malmenati (fatto poi rivelatosi insussistente); Abdullahi Sheik Ismail, picchiato il 2 luglio 1993; Yahia Amir, presidente della Società degli Intellettuali Somali (SIS); Abdullahi Hussein Omar, vicecomandante del commissariato di Jowhar; Abdirahman Haji Gaal, avvocato, presidente del Consiglio per la Ricostruzione della Giustizia.
  10. ^ Cfr. Lettura del contenuto delle dichiarazioni rese il 12 gennaio da Abdi
  11. ^ Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin - Documenti approvati, su Parlamento italiano.
  12. ^ Comm. parlamentare - Relazione di maggioranza, p. 436.
  13. ^ Comm. parlamentare - Relazione di maggioranza, p. 437.
  14. ^ Toxic Somalia di Paul Moreira
  15. ^ a b Comm. parlamentare - Relazione di maggioranza, p. 440.
  16. ^ Alpi-Hrovatin, il caso | Ilariaalpi.it Archiviato il 30 luglio 2012 in Internet Archive.
  17. ^ Comm. parlamentare - Relazione di maggioranza, p. 443.
  18. ^ Comm. parlamentare - Relazione di maggioranza, p. 442.
  19. ^ Comm. parlamentare - Relazione di maggioranza, p. 444 (intestazione del paragrafo della relazione).
  20. ^ Comm. parlamentare - Relazione di maggioranza, p. 446.
  21. ^ Dichiarazioni dell'Onorevole Enzo Fragalà, 3 marzo 2005, Bollettino delle Giunte e Commissioni della Camera dei deputati
  22. ^ Camera dei deputati, Bollettino delle giunte e commissioni, 9 febbraio 2005, pag. 7
  23. ^ Sentenza depositata 13 febbraio 2008), n. 26
  24. ^ Caso Ilaria Alpi, nuove indagini legate alla "nave dei veleni", su Rainews24, 18 gennaio 2011.
  25. ^ https://www.raiplay.it/video/2016/06/Ilaria-Alpi-L-ultimo-viaggio-517b5ecd-4f17-41c6-a718-86e196cb731d.html
  26. ^ http://archivio.antimafiaduemila.com/rassegna-stampa/30-news/9642-medaglia-doro-a-ilaria-alpi-e-miran-hrovatin.html
  27. ^ http://legislature.camera.it/_dati/leg14/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/022bis/001ter/pdf016.pdf
  28. ^ http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=14&id=31104
  29. ^ Portale Biblioteche Home Page, su www.biblioteche.comune.parma.it. URL consultato il 6 marzo 2018.
  30. ^ Spartaco Gippoliti e Giovanni Amori, A new species of mole-rat (Rodentia, Bathyergidae) from the Horn of Africa (PDF), in Zootaxa, nº 2918, Magnolia Press, 2011, pp. 39-46.
  31. ^ Premio Ilaria Alpi, su ilariaalpi.it - Osservatorio sull'informazione.
  32. ^ Intitolato a Ilaria Alpi il liceo scientifico di Rutigliano, su ilariaalpi.it - Osservatorio sull'informazione.
  33. ^ Velletri,Ilaria Alpi prende il posto dell'ex podestà Cesare Cesaroni, su ilariaalpi.it - Osservatorio sull'informazione.
  34. ^ “La strada della verità”. Giovedì 20 marzo su Rai3 prima serata dedicata ai 20 anni dell’assassinio Alpi-Hrovatin, su Articolo 21, 19 marzo 2014.
  35. ^ ANSA, Il premio Ilaria Alpi non è utile, INTERNAZIONALE, 19 dicembre 2014.
  36. ^ https://www.youtube.com/watch?v=41Z6FxSkhw4
  37. ^ Istituto Comprensivo Statale Ilaria Alpi, Montesarchio, Intitolazione scuola Ilaria Alpi, su icalpimontesarchio.gov.it. URL consultato il 18 febbraio 2019.

Bibliografiamodifica | modifica wikitesto

  • Giorgio e Luciana Alpi, Mariangela Gritta Grainer, Maurizio Torrealta, L'esecuzione: inchiesta sull'uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Milano, Kaos, 1999, ISBN 978-88-7953-078-1.
  • Gigliola Alvisi, Ilaria Alpi. L'eroina che voleva raccontare l'inferno, Milano, Rizzoli, 2014, pp. 154, ISBN 978-88-17-07191-8.
  • Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin - Relazione conclusiva, Relatore: Carlo Taormina, Doc. XXII-bis n. 1, 23 febbraio 2006.
  • Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin - Relazione di minoranza, Presentata da: Mauro Bulgarelli, Doc. XXII-bis n. 1-bis, 28 febbraio 2006.
  • Fulvia Degli Innocenti,"Il coraggio di Ilaria" ed Pratibianchi
  • Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin - Relazione di minoranza, Presentata da: Raffaello De Brasi, Carmen Motta, Raffaella Mariani, Roberta Pinotti, Elettra Deiana, Rosy Bindi e Domenico Tuccillo, Doc. XXII-bis n. 1-ter, 23 febbraio 2006.
  • Marco Rizzo e Francesco Ripoli, "Il prezzo della verità" ed Becco giallo
  • Roberto Scardova, Carte false - L'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: quindici anni senza verità, Milano, Ambiente, 2009, ISBN 978-88-96238-05-9.

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