Internati Militari Italiani

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Campo di internamento per militari italiani catturati dai tedeschi dopo l'Armistizio dell'8 settembre 1943. Foto di propaganda di guerra nazista proveniente dal Deutsches Bundesarchiv, firmata "Schwahn".
« Vedi quelle sentinelle dietro i reticolati? Sono loro i prigionieri di Hitler, non noi. Noi a Hitler e Mussolini diciamo no, anche quando ci vogliono prendere per fame. »
(Sergente Cecco Baroni, internato in Germania, in Mario Rigoni Stern: Soldati italiani dopo il settembre 1943, FIAP, Roma 1988, pag. VI)

Con il termine Internati Militari Italiani (in tedesco Italienische Militär-Internierte - IMI) vennero indicati dalle autorità tedesche i soldati italiani catturati, rastrellati e deportati nei territori della Germania nei giorni immediatamente successivi alla proclamazione dell'armistizio di Cassibile, l'8 settembre 1943.

Dopo il disarmo, soldati e ufficiali vennero posti davanti alla scelta di continuare a combattere nelle file dell'esercito tedesco o, in caso contrario, essere inviati in campi di detenzione in Germania. Solo il 10 per cento accettò l'arruolamento. Gli altri vennero considerati prigionieri di guerra. In seguito cambiarono status divenendo “internati militari” (per non riconoscere loro le garanzie delle Convenzioni di Ginevra), e infine, dall'autunno del 1944 alla fine della guerra, lavoratori civili, in modo da essere utilizzati come manodopera coatta senza godere delle tutele della Croce Rossa loro spettanti.

L'atteggiamento tedescomodifica | modifica wikitesto

Nei documenti tedeschi, il proposito di catturare tutti i militari italiani in caso di defezione dell'alleato si manifesta almeno fin dal 28 luglio 1943. Il proposito è di farne "prigionieri di guerra". Il 20 settembre è proprio Hitler a intervenire d'arbitrio affinché la condizione giuridica degli italiani sia ridotta da "prigioniero" a "internato"[1], e questo nonostante l'avvenuta liberazione di Mussolini dalla prigionia su Gran Sasso e la conseguente immediata proclamazione di uno Stato fascista nei territori italiani occupati dalla Wehrmacht.

La derubricazione da "prigionieri" a "internati" implicava la sottomissione dei deportati a un regime giuridico non convenzionale secondo gli accordi di Ginevra del 1929, e - sebbene formalmente riconosciuti da altre convenzioni - gli "internati" in realtà venivano a trovarsi in un limbo giuridico legato all'arbitrio totale di Berlino. Il 20 novembre 1943, infatti, il responsabile tedesco respinge le richieste della Croce Rossa Internazionale di poter assistere gli internati perché essi "non erano considerati prigionieri di guerra"[2]

I tedeschi infatti consideravano gli italiani "traditori" poiché il governo italiano aveva siglato un armistizio con gli anglo-americani (l'armistizio di Cassibile, annunciato dal proclama Badoglio dell'8 settembre 1943). Le truppe internate furono spregiativamente definite Badoglio-truppen[3] dai tedeschi e reputate infide[4]. Inoltre non era estraneo alle decisioni tedesche anche un fondo di razzismo anti-italiano, come testimonia il diario di Goebbels[5]. Infine Hitler, nonostante la personale amicizia con Mussolini, non intendeva rinunciare a quella che - nei fatti - si rivelava un'ulteriore arma di ricatto verso l'Italia mussoliniana[6]: sostanzialmente si trattava di avere in mano 800.000 ostaggi.

Al momento della proclamazione dell'Armistizio, l'Italia e la Germania non si potevano considerare formalmente in guerra, cosicché i soldati italiani, definiti giuridicamente dai tedeschi "franchi tiratori", furono catturati e internati sotto un regime legale non convenzionale. Dopo la creazione della RSI - non intendendo riconoscere al Regno d'Italia legittimità nel dichiarare guerra alla Germania, gli internati militari italiani che non prestarono giuramento alla Repubblica Sociale, rimanendo fedeli al giuramento fatto al Re furono lasciati dalle autorità naziste in campi e installazioni "punitive". In particolare, gli ufficiali superiori e i generali furono sottoposti a durissime vessazioni e crudeltà, fra le quali si ricorda particolarmente la Marcia dei Generali, una "marcia della morte" ripiegando dalla prigionia in Polonia, costellata di vittime.[7]

Le autorità del Terzo Reich, inoltre, vedevano nella cattura di centinaia di migliaia di italiani una preziosa risorsa di manodopera sfruttabile a piacere. Per questo motivo ostacolarono ogni tentativo da parte della Repubblica Sociale di riportare in Italia grossi contingenti di internati e sabotarono anche il reclutamento dei volontari, cosicché il loro numero fra gli internati rimase estremamente basso. In tutto, vennero formate quattro divisioni: 1ª Divisione Bersaglieri Italia, 2ª Divisione Granatieri Littorio, 3ª Divisione fanteria di marina San Marco, 4ª Divisione Alpina Monterosa, per circa 50.000 effettivi tra truppa e ufficiali[8][9].

Tuttavia si nota che - con una delle tante improvvise resipiscenze di Hitler - già il 15 ottobre 1943 il führer ordinava di reclutare battaglioni di "milizia" fra gli internati italiani, prima ancora dell'arrivo della missione militare della RSI a Berlino, contemporaneamente disponendo di "isolare" e "mettere al sicuro" coloro i quali facessero propaganda contraria all'arruolamento nelle nuove formazioni[10]

Gli internati furono così impiegati nei campi e nelle fattorie, nelle industrie belliche (alcuni anche nella produzione di V2, incarico nel quale moltissimi persero la vita in condizioni disumane di lavoro), nei servizi antincendio delle città bombardate[3].

Secondo Lutz Klinkhammer il rifiuto di accettare l'aiuto della Croce rossa internazionale per i militari italiani internati in Germania fu basato sul pretesto che la Repubblica Sociale Italiana si era autodichiarata loro "potenza tutelatrice", il che portò a un netto peggioramento delle loro condizioni. Tale situazione diplomatico-istituzionale condizionò negativamente la vita di centinaia di migliaia di italiani, molti dei quali morirono in prigionia. Secondo Klinkhammer questo episodio, come altri, testimonia la natura collaborazionista e persecutoria della RSI.[11]

I rapporti con la RSImodifica | modifica wikitesto

Nonostante poi la creazione della RSI, legata a doppio filo con il Terzo Reich, l'atteggiamento tedesco nei confronti degli internati si mantenne rigido, e ben pochi miglioramenti vennero apportati alle condizioni di vita di questi soldati. Secondo lo Schreiber le condizioni giuridiche e reali degli internati furono tali che essi meriterebbero meglio l'appellativo di "schiavi militari"[1].

Nei fatti, l'azione personale di Mussolini, di suo figlio Vittorio e dell'ambasciatore repubblicano a Berlino Anfuso, si risolse in un mezzo fallimento[12]: la missione militare di Rodolfo Graziani, tesa a convincere la Germania a favorire la costituzione di 25 divisioni italiane coi militari internati riuscì a ottenere solo il permesso di reclutamento fra gli ufficiali, con criteri insindacabili di scelta. Il 26 ottobre, in uno sfogo telefonico, il generale Canevari, comandante della missione militare RSI in Germania, aveva risposto all'ennesimo rifiuto da parte di Keitel di voler concedere alla RSI di procedere ad arruolamenti volontari, "mi sentirei disonorato se fra tanti internati non si trovassero cinquantamila volontari"[13].

Finalmente, nell'estate del 1944, con l'incontro fra il dittatore tedesco e quello italiano in Germania, Mussolini riuscì a ottenere da Hitler la conversione degli IMI in "lavoratori civili", mitigandone le condizioni di vita. Agli ex-IMI tuttavia non fu concesso di rientrare in Italia. La memorialistica dei reduci e le carte dell'ambasciata italiana a Berlino conservate presso la National Archives and Records Administration di College Park (Stati Uniti) dimostrano come stenti, vessazioni e abusi fossero pane quotidiano anche per i soldati che ottennero lo status di "lavoratore militarizzato".

Condizioni di vita e di lavoromodifica | modifica wikitesto

I soldati italiani vennero avviati al lavoro coatto nell'industria bellica (35,6%), nell'industria pesante (7,1%), nell'industria mineraria (28,5%), nell'edilizia (5,9%) e nel settore alimentare (14,3%).

Le condizioni di lavoro degli IMI erano estremamente disagevoli. L'orario settimanale nell'industria pesante era in media di 57,4 ore, nelle miniere di 52,1 (circa nove ore giornaliere), ma spesso si aggiungevano turni lavorativi domenicali. Le professionalità più richieste erano gli operai specializzati, gli elettricisti, gli artigiani e i meccanici, mentre molti dei non specializzati erano utilizzati nei lavori agricoli. Il luogo di lavoro poteva distare dal campo di internamento dai due ai sei chilometri, sovente da percorrersi a piedi.

A fronte di un intenso impegno lavorativo non corrispondeva un'alimentazione adeguata. Dai racconti dei reduci si apprende che era prassi comune cercare bucce di patate e rape nelle immondizie, o cacciare piccoli animali come topi, rane e lumache per integrare le magre razioni. Gli internati ricevevano un salario spettante ai prigionieri di guerra sottoposti a lavoro coatto secondo le Convenzioni internazionali. Il potere d'acquisto era basso e limitato a procurarsi prodotti per l'igiene personale negli spacci interni oppure tabacco da usare come merce di scambio con le guardie.

La vita quotidiana era scandita da numerosi controlli e ispezioni e frequenti erano le punizioni anche di carattere corporale con percosse che in alcuni casi provocavano lesioni mortali. Non infrequenti erano le punizioni collettive benché ufficialmente vietate come anche l'inasprimento delle condizioni lavorative o la riduzione del vitto. Gli alloggi consistevano in baracche prive di servizi igienici che ospitavano brande di due o tre piani. A ogni internato veniva assegnato un pagliericcio e due coperte corte.

Anche l'abbigliamento era insufficiente, gli internati disponevano perlopiù della divisa con la quale erano stati catturati. Cosicché quelli che provenivano dal fronte greco o balcanico indossavano divise estive, inadatte all'inverno tedesco. La malattia era spesso una conseguenza delle dure condizioni di vita. Le patologie principali erano la tubercolosi, polmonite, pleurite e disturbi gastro-intestinali. In alcuni lager scoppiarono anche epidemie di tifo.

Fra gli IMI si articolò ben presto una rete di resistenza attiva e passiva contro il nazismo e il fascismo. Furono organizzate cellule e perfino delle radio clandestine[14].

Numero degli internati e perditemodifica | modifica wikitesto

G. Schreiber calcola il numero degli internati militari italiani in circa 800 000[15]. Marco Palmieri e Mario Avagliano forniscono dati più dettagliati:[16]

« In pochi giorni i tedeschi disarmarono e catturarono 1.007.000 militari italiani, su un totale approssimativo di circa 2.000.000 effettivamente sotto le armi. Di questi, 196.000 scamparono alla deportazione dandosi alla fuga o grazie agli accordi presi al momento della capitolazione di Roma. Dei rimanenti 810.000 circa (di cui 58.000 catturati in Francia, 321.000 in Italia e 430.000 nei Balcani), oltre 13.000 persero la vita durante il brutale trasporto dalle isole greche alla terraferma. Altri 94.000, tra cui la quasi totalità delle Camicie Nere della MVSN, decisero immediatamente di accettare l’offerta di passare con i tedeschi.

Al netto delle vittime, dei fuggiaschi e degli aderenti della prima ora, nei campi di concentramento del Terzo Reich vennero dunque deportati circa 710.000 militari italiani con lo status di IMI e 20.000 con quello di prigionieri di guerra. Entro la primavera del 1944, altri 103.000 si dichiararono disponibili a prestare servizio per la Germania o la RSI, come combattenti o come ausiliari lavoratori. In totale, quindi, tra i 600.000 e i 650.000 militari rifiutarono di continuare la guerra al fianco dei tedeschi »

Non è stato stabilito ufficialmente il numero degli IMI deceduti durante la prigionia. Gli studi in proposito stimano cifre che oscillano tra 37 000 e 50  000. Fra le cause dei decessi vi furono:

  • la durezza e pericolosità del lavoro coatto nei lager (circa 10.000 deceduti);
  • le malattie e la malnutrizione, specialmente negli ultimi mesi di guerra (circa 23.000);
  • le esecuzioni capitali all'interno dei campi (circa 4.600);
  • i bombardamenti alleati sulle installazioni dove gli internati lavoravano e sulle città dove prestavano servizio antincendio (2.700);
  • altri 5-7000 perirono sul fronte orientale.
Navi affondate mentre trasportavano prigionieri italiani

Fatti di eroismomodifica | modifica wikitesto

Molti internati militari italiani furono protagonisti di fatti o episodi eroici verso altri compagni, nella fede verso la Patria, sempre rifiutando la collaborazione con il nazismo, la R.S.I. e i tedeschi.

Tra questi si ricordano:

Il ritorno in Patriamodifica | modifica wikitesto

Alla fine della guerra risultavano 700.000 gli IMI in Germania e in Austria, oltre a 380.000 prigionieri in mano all'esercito britannico.

La maggior parte di essi ritornò in patria tra l'estate del 1945 e il 1946. Almeno 40 centri d'accoglienza furono creati nell'Italia settentrionale.

Furono le stazioni ferroviarie, e i centri d'accoglienza a esse collegati, di Modena, Bologna e Firenze, a smistare la gran massa dei rientranti. Il rientro avvenne su treni merci sovraccarichi. Il 6 giugno fu riaperta la ferrovia del Brennero, da cui cominciarono a defluire 3.000 italiani al giorno, numero che aumentò a 4.500 a partire da agosto. Nello stesso periodo furono riaperti i varchi svizzeri del San Gottardo e del Sempione, da cui defluirono molti altri ex internati.

Nel complesso, tra maggio e settembre 1945 furono rimpatriati 850.000 ex prigionieri italiani. Le autorità considerarono completo il rimpatrio di massa degli internati italiani alla fine di settembre 1945. A quella data circa l'80% degli IMI erano rientrati in Italia[17].

Alcune migliaia di ex IMI finirono nelle mani degli eserciti russo e iugoslavo e, anziché essere liberati, continuarono la prigionia per alcuni mesi dopo la fine della guerra. Le autorità sovietiche, in particolare, rilasciarono i prigionieri italiani solo a partire da settembre 1945. In quel mese ritornarono in patria 10.000 italiani, cui si aggiunsero altri 52.000 che partirono nel mese di ottobre.

Onorificenzemodifica | modifica wikitesto

Medaglia d'oro al valor militare all’ “Internato Ignoto” - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al valor militare all’ “Internato Ignoto”
«Militare fatto prigioniero o civile perseguitato per ragioni politiche o razziali, internato in campi di concentramento in condizioni di vita inumane, sottoposto a torture di ogni sorta, a lusinghe per convincerlo a collaborare con il nemico, non cedette mai, non ebbe incertezze, non scese a compromesso alcuno; per rimanere fedele all'onore di militare e di uomo, scelse eroicamente la terribile lenta agonia di fame, di stenti, di inenarrabili sofferenze fisiche e soprattutto morali. Mai vinto e sempre coraggiosamente determinato, non venne meno ai suoi doveri nella consapevolezza che solo così la sua Patria un giorno avrebbe riacquistato la propria dignità di nazione libera. A memoria di tutti gli internati il cui nome si è dissolto, ma il cui valore ancora oggi è esempio di redenzione per l'Italia.»
— 19 novembre 1997

Rinvenimenti di salmemodifica | modifica wikitesto

In un cimitero di guerra a Dresda sono state trovate le salme di 300 soldati italiani, che si presume siano stati internati nel campo di concentramento di Zeithain, in una zona militare in passato destinata all' addestramento di reparti corazzati sovietici; i corpi di altri internati militari italiani, che erano stati destinati a un lager i cui prigionieri venivano utilizzati in una fabbrica di armi, sono stati rinvenuti nelle fosse di Koselitz e Gröditz.[18] Fra essi il tenente colonnello Michele Toldo, matricola di prigioniero 28195.

Ex internati diventati personaggi notimodifica | modifica wikitesto

Tonino Guerra detenuto nel campo d'internamento in Germania.
Giovannino Guareschi al tempo in cui era internato militare in Germania.

Tra gli IMI si annoverano alcune tra le maggiori personalità della cultura e della politica italiana del dopoguerra:

Notemodifica | modifica wikitesto

  1. ^ a b Documenti
  2. ^ Ibidem
  3. ^ a b Renzo De Felice, Mussolini l'alleato II, Einaudi, pag. 443.
  4. ^ Secondo Ermanno Amicucci, Kaitel pronunciò la seguente frase: "L'unico esercito italiano che non ci potrà tradire è un esercito che non esiste". Cfr. E. Amicucci, I 600 giorni di Mussolini, Faro, 1949 pag. 69.
  5. ^ Renzo De Felice, Mussolini l'alleato II, Einaudi, pag. 441.
  6. ^ Ibidem
  7. ^ anpi.it, http://www.anpi.it/media/uploads/patria/2008/9/21-24_MURACA.pdf . URL consultato il 16 settembre 2014.
  8. ^ Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna, Edizioni Ferni, Ginevra, 1974, vol. XVI, pagg. 107-165.
  9. ^ Giorgio Pisanò, 'Gli ultimi in grigioverde', C.D.L. Edizioni.
  10. ^ Gerhard Schreiber, I militari italiani internati, USSME. Roma, 1992, pag. 481.
  11. ^ Giornale di Storia, intervista a Lutz Klikhammer.
  12. ^ R. De Felice, op. cit., pp 441 e ss.
  13. ^ Emilio Canevari, Graziani mi ha detto, Magi Spinetti, 1949, pag. 298.
  14. ^ Ugo Dragoni, La scelta degli I.M.I. Militari italiani prigionieri in Germania (1943-1945), Le Lettere, Firenze 1996, p. 288.
  15. ^ G. Schreiber, I militari italiani internati, Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio storico. Roma, 1992, pag. 791
  16. ^ http://www.anrp.it/edizioni/porte_memoria/2008_01/pag_35_palmieri_avagliano.pdf
  17. ^ C. De Maria, P. Dogliani, Romagna 1946. Bologna, Clueb, 2007. Pagg. 17-18.
  18. ^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/09/23/il-ministro-rognoni-conferma-dresda-sepolti-soldati.htmlIL MINISTRO ROGNONI CONFERMA A DRESDA SEPOLTI SOLDATI ITALIANI


Bibliografiamodifica | modifica wikitesto

  • Angelo Gregori, A scuola se piove - Memorie dal lager di un Internato Militare Italiano, 2013, 140 pagine
  • Paolo Toldo, Militari italiani deportati nella Germania nazista : Una ricerca nel territorio dell'ex D.D.R. In: Storia contemporanea in Friuli, anno 23, n. 24(1993) pp 161–200 [1], http://www.ifsml.it/pubblica2.htm
  • (DE) Paolo Toldo, Italienische Militärinternierte im nationalsozialistischen Deutschland. In: Spurensuche: Stalag 304 Zeithein bei Riesa. Eine Tagung der Stiftung Sächsische Gedenkstätten. 25-28.4.1996, Riesa, Dresden, pp. 62–69
  • Paolo Toldo, L'organizzazione del lavoro e le condizioni di vita in una fabbrica della Germania nazista dagli atti di un processo del dopoguerra In: Storia contemporanea in Friuli, anno 26, n. 27 (1996) pp 199–228 [2] http://www.ifsml.it/pubblica2.htm
  • Natale Borsetti, La mia Resistenza non armata. Appunti e disegni di un militare italiano prigioniero nei lager della Germania dal 1943 al 1945. A cura di Alessandra Borsetti Venier, Morgana Edizioni, Firenze, 2005
  • Mario Avagliano-Marco Palmieri, Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-45, Einaudi, Torino 2009
  • Alfonso Bartolini, Storia della resistenza italiana all'estero, Padova, 1965
  • Istituto Storico della Resistenza in Piemonte, Una storia di tutti. Prigionieri, internati, deportati italiani nella seconda guerra mondiale, Franco Angeli, Milano, 1989
  • Gerhard Schreiber, I militari italiani internati, Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio storico. Roma, 1992
  • Ugo Dragoni, La scelta degli I.M.I. Militari italiani prigionieri in Germania (1943-1945), Le Lettere, Firenze 1996
  • Alessandro Natta, L'altra Resistenza. I militari italiani internati in Germania, Einaudi, Torino 1996
  • Lorenzo Bertucelli-Giovanna Procacci, Deportazione e internamento militare in Germania. La provincia di Modena, Unicopli, Milano, 2001
  • Gabriele Hammermann, Gli Internati militari in Germania, Il Mulino, 2004
  • Dall'Albania al Lager di Fullen. Storia di un pittore internato. Ferruccio Francesco Frisone. A Cura di Giovanni R. Frisone e Deborah Smith Frisone, D-Papenburg 2010, ISBN 978-3-926277-19-0 (E-Mail: [email protected])
  • Joseph Fumagalli, Diario di una Prigionia, Bama, Vaprio d'Adda, 2010
  • Salvatore Porelli, Il lungo ritorno da Cefalonia, Istituto Bellunese di Ricerche Sociali e Culturali,2012
  • Anna Maria Trepaoli, Reticolati. Viaggio sulle tracce degli internati militari italiani 1943-1945, Perugia, Futura, 2013 ISBN 9788897720300
  • Giuseppe Ferraro, Dai campi di prigionia nazisti a Salò. Il diario di Antonio Bruni, Pellegrini, Cosenza, 2015

Voci correlatemodifica | modifica wikitesto

Collegamenti esternimodifica | modifica wikitesto