Libia italiana

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Libia Italiana
Libia Italiana – BandieraLibia Italiana - Stemma
(dettagli)(dettagli)
Motto: FERT
Italian Libya.png
Dati amministrativi
Nome completoColonia della Libia
Lingue ufficialiItaliano
Lingue parlateArabo e Italiano
InnoMarcia Reale d'Ordinanza
CapitaleTripoli (111 124 ab./1938)
Dipendente daItalia Italia
Dipendenze4 commissariati provinciali e un territorio militare
Politica
Forma di governoColonia
Re d'ItaliaVittorio Emanuele III
Presidente del ConsiglioBenito Mussolini
Nascita1934 con Italo Balbo
CausaRiconquista della Libia
Fine1943 con Giovanni Messe
CausaSeconda guerra mondiale
Territorio e popolazione
Bacino geograficoNordafrica
Territorio originaleTripolitania, Cirenaica
Massima estensione1 873 840 km² nel 1938
Popolazione876 563 nel 1938
Economia
Valutalira italiana
Produzioniagricoltura
Commerci conItalia, Grecia, Tunisia, Egitto
Varie
Sigla autom.Libia
Religione e società
Religioni preminentiIslam, cattolicesimo, ebraismo
Evoluzione storica
Preceduto daItalia Tripolitania italiana
Italia Cirenaica italiana
Succeduto daRegno UnitoFrancia Amministrazione alleata della Libia

La Libia fu una colonia italiana nell'Africa settentrionale durata ufficialmente, dopo la amministrazione distinta della Tripolitania e della Cirenaica, dal 1934 al 1943.

Conquista e riconquistamodifica | modifica wikitesto

Crescita del territorio della Libia italiana
Mujaheddin libici guidati da Omar al-Mukhtar
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra italo-turca, Tripolitania italiana, Cirenaica italiana e Riconquista della Libia.

Il Presidente del Consiglio Italiano Giovanni Giolitti iniziò la conquista della Tripolitania e della Cirenaica il 4 ottobre 1911, inviando a Tripoli contro l'Impero Ottomano 1 732 marinai al comando del capitano Umberto Cagni.

Oltre 100 000 soldati italiani riuscirono a ottenere dalla Sublime Porta quelle regioni attualmente definibili libiche nel Trattato di Losanna del 18 ottobre 1912, ma solo la Tripolitania fu effettivamente controllata dal Regio esercito italiano, sotto la ferrea guida del governatore Giovanni Ameglio.

All'interno dell'attuale Libia, principalmente nel Fezzan, la guerriglia indigena continuò per anni, a opera dei turchi e degli arabi di Enver Pascià e di Aziz Bey. In questa zona, negli anni successivi alla fine della Prima guerra mondiale, la Francia e la Gran Bretagna cedettero alla sovranità italiana ampi territori desertici, nel tentativo di placare le polemiche di Roma sulla presunta "vittoria mutilata".

A partire dal gennaio 1922 il governo Facta, tramite il suo ministro per le colonie Giovanni Amendola, avviò un'ampia campagna militare[1] che portò in breve alla riconquista di Misurata.[2] Tra il 1921 e il 1925 il Governatore della Tripolitania, Giuseppe Volpi, diede il via a nuove campagne militari e conquistò Misurata, la Gefara, il Gebel Nefusa e Garian. A stroncare in Cirenaica la dura resistenza dei Senussi provvidero i generali Luigi Bongiovanni e Ernesto Mombelli. Poi furono Emilio De Bono in Tripolitania e Attilio Teruzzi in Cirenaica ad ampliare il territorio sotto controllo italiano.

Il governatore Pietro Badoglio tra il 1930 ed il 1931 occupò tutto il Fezzan e l'oasi di Cufra, al comando del generale Rodolfo Graziani, che era riuscito a ottenere l'apporto della cavalleria indigena e dei meharisti integrati nelle "colonne mobili".[3]

La situazione, nel 1930, era quindi volta a favore degli italiani. La lotta proseguiva solo in Cirenaica, dove resisteva ancora il capo senussita della guerriglia, Omar al-Mukhtar. Omar Al Mukhtar era dotato di un'eccellente visione strategica, e con il sostegno delle popolazioni locali, ostili all'espansione italiana nelle regioni interne della Libia, costui impediva agli italiani di riprendere il controllo della provincia. Grazie a una perfetta conoscenza dell'impervio territorio, pur disponendo solo di un modesto contingente di uomini (che non superò mai le 3000 unità) scatenò una guerra per bande contro le truppe italiane, infliggendo loro pesanti perdite. Su ordine di Graziani, le forze italiane per sradicare la guerriglia dei senussiti in Cirenaica ricorsero a metodi di rappresaglia spietati contro la popolazione locale accusata di appoggiare i senussi, macchiandosi di numerosi crimini di guerra[4][5]. La confraternita senussita, che appoggiava la guerriglia, fu privata dei suoi beni e sottoposta a una dura repressione (più di trenta capi religiosi vennero deportati in Italia e le zavie, centri politici ed economici dell'ordine, vennero confiscate). Per impedire i rifornimenti dall'Egitto, Graziani fece innalzare una lunga barriera di filo spinato lunga 270 chilometri, dal porto di Bardîyah (Bardia) all'oasi di al-Giagbūûb (Giarabub), presidiata costantemente dalle truppe italiane.

Inoltre Graziani fece deportare l'intera popolazione del Gebel in campi di concentramento situati sulla costa del golfo della Sirte, vicino ad Agheila; tale deportazione causò la morte per stenti e malattie di circa 60 000 persone, soprattutto donne e bambini.[6] La popolazione del Gebel ammontava a circa 100 000 persone; lo sgombero dell'altopiano cirenaico iniziò nel giugno 1930 e si protrasse per diversi mesi. Le perdite di vite umane furono dovute specialmente alle epidemie – come quelle collegate alla "spagnola" – ed alle fatiche della lunga ed estenuante marcia (a volte lunga più di 1000 chilometri), oltre che alle violenze ed alle durissime condizioni cui vennero sottoposte quelle popolazioni nei campi di concentramento italiani. Le truppe italiane nel corso di queste operazioni distrussero molti centri abitati sgomberati, insieme alle coltivazioni e al bestiame che ospitavano, e compirono varie esecuzioni sommarie di rappresaglia quando assalite.

Per avere la superiorità numerica e tecnologica nei confronti dei guerriglieri, l'esercito italiano creò dei reparti mobili composti da effettivi italiani e da soldati reclutati nelle colonie africane. Questi ultimi erano perlopiù provenienti dall'Eritrea e Somalia, di religione cristiana e ferocemente avversi ai musulmani. Ma non mancavano collaborazionisti libici che ingrossavano le file dei reparti coloniali, considerati dai comandi italiani come poco affidabili (erano quindi discriminati e talora sottoposti a duri trattamenti). Le truppe italiane inoltre, per la prima volta in una guerra coloniale, per affrontare e decimare i guerriglieri, ricorsero ad alcuni aerei ed autoblindo.

La morte del capo della guerriglia libica Omar al-Mukhtar nel settembre 1931[7] comportò la totale pacificazione delle regioni che, solo con l'unione fra Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, si sarebbero chiamate Libia. La conquista italiana costò alla Libia pesanti perdite umane e materiali, causando decine di migliaia di morti e sconvolgendo l'organizzazione sociale ed economica tradizionale. L'esercito italiano riportò nel corso delle molte operazioni per la conquista della Libia perdite relativamente lievi in confronto a quelle inflitte ai libici: il totale dei militari italiani morti in Libia tra il 1911 e il 1939 è di 8898 persone (nella guerra del 1911-1912 ne morirono 1432).

Al principio degli anni trenta, Mussolini ordinò l'inizio di una vasta immigrazione di coloni italiani nelle aree coltivabili della colonia e cercò l'integrazione della locale popolazione araba e berbera, costituendo anche truppe coloniali.

La repressione attuata da Graziani fu talmente completa[8] che pochi anni dopo, nel corso delle varie campagne militari tra Alleati ed Asse nel nord Africa tra il 1940 ed il 1942, lo stesso Churchill nelle sue memorie[9] si lamentò di non avere avuto alcun supporto da arabi e berberi libici. Furono invece oltre 30 000 gli àscari libici che, tra le truppe coloniali italiane, si distinsero nella seconda guerra mondiale: due divisioni libiche (oltre ad altri reparti, come i "Paracadutisti libici" detti anche Ascari del Cielo) parteciparono nell'attacco italiano all'Egitto nel settembre 1940.

L'unificazione della Libiamodifica | modifica wikitesto

Italo Balbo, il "creatore" della Libia nel 1934

Nel 1934, con il Regio decreto n°2012 del 3 dicembre sull'unione della Tripolitania e della Cirenaica italiana, venne proclamato il Governatorato Generale della Libia, e successivamente i libici musulmani poterono godere dello status di "cittadini italiani libici", una condizione che garantiva loro numerosi diritti all'interno della colonia.[10] Il decreto recepiva e formalizzava peraltro una situazione che durava già da cinque anni, ossia da quando al governatore della Tripolitania, Pietro Badoglio, era stato conferito un potere di supremazia sulle autorità degli altri due territori libici, la Cirenaica e il Fezzan.

Mussolini dopo il 1934 iniziò una politica favorevole agli arabi libici, detti "Musulmani Italiani della Quarta Sponda d'Italia" e costruendo villaggi con moschee,[11] scuole ed ospedali, ad essi destinati.

Il primo Governatore generale fu Italo Balbo, che applicò quanto previsto nel decreto del 1934, ossia la ripartizione amministrativa della Libia italiana in quattro commissariati ed un territorio sahariano:

A capo di ogni commissariato si trovava un commissario generale, mentre il territorio militare era posto agli ordini di un comandante, tutti nominati da Roma. I commissariati si ripartivano in circondari gestiti da un commissario circondariale, mentre i circondari si dividevano in residenze e distretti. Il territorio militare era invece suddiviso in zone e sottozone. Non esisteva invece una sistematica ripartizione in comuni: i municipi erano istituiti obbligatoriamente solo nei capoluoghi, e in questi casi erano guidati da un podestà. Veniva infine garantito il potere dei capi delle tribù nomadi, purché riconosciuti dai commissari.

La colonizzazionemodifica | modifica wikitesto

XI Gran Premio di Tripoli, 1937
La palazzina del Segretario Generale al Belvedere a Tripoli 1938
Una coppia di coloni italiani nel loro podere in Cirenaica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Colonialismo italiano e Italo-libici.

Il Regno d'Italia dopo la prima guerra mondiale avviò una colonizzazione che ebbe il culmine, sotto l'impulso di Mussolini, soprattutto verso la metà degli anni trenta con un afflusso di coloni provenienti in particolare da Veneto, Sicilia, Calabria e Basilicata. Nel 1939 gli italiani erano il 13% della popolazione, concentrati nella costa intorno a Tripoli e Bengasi (dove erano rispettivamente il 37% ed il 31% della popolazione).

Con gli Italiani si ebbe un incremento del cattolicesimo in Libia, grazie anche alla creazione di numerose chiese e missioni. Al Vicariato apostolico di Tripoli del vescovo Camillo Vittorino Facchinetti nel 1940 era assegnato circa un quarto del totale della popolazione della Libia italiana (includendo i coloni italiani).

In Libia gli italiani costruirono in circa trent'anni (1912-1940) infrastrutture importanti (strade, ponti, ferrovie, ospedali, porti, edifici, e altro ancora).[senza fonte] Numerosi contadini italiani resero coltivabili terreni semidesertici, specie nell'area di Cirene.[senza fonte] Inoltre il governo italiano creò il Gran Premio di Tripoli, una corsa automobilistica di fama internazionale istituita nel 1925 e svoltasi fino al 1940[12] e la Fiera internazionale di Tripoli fondata nel 1927 e considerata la più antica Fiera internazionale in Africa ancora funzionante annualmente.[13]

Molte furono le attività archeologiche: città romane scomparse (come Leptis Magna e Sabratha) furono riscoperte e si usò queste ricerche e il clamore a esse legato anche a scopo propagandistico. Negli anni trenta la Libia italiana arrivò ad essere considerata la nuova "America" per l'emigrazione italiana.[14]

Rovine del teatro romano di Sabratha, vicino a Tripoli, restaurato durante il Fascismo

«In Libia nasceranno i 26 villaggi: Oliveti, Bianchi, Micca, Breviglieri, Littoriano, Giordani, Tazzoli, Marconi, Crispi, Garabulli, Garibaldi, Corradini, Castel Benito, Filzi, Baracca, Maddalena, Sauro, Oberdan, D’Annunzio, Mameli, Razza, Battisti, Berta, Luigi di Savoia e Gioda. Dal 1934 Governatore della Colonia Libica è un uomo d’eccezione: il trasvolatore Italo Balbo. È proprio Balbo che, tra il 1938 e il 1939, in due migrazioni di massa, farà arrivare dall’Italia migliaia di famiglie di coloni, assegnatarie dei poderi. Nell’operazione di colonizzazione demografica italiana c’è una rivoluzionaria novità: il regime fascista (di Balbo) non tratta le popolazioni libiche autoctone come una razza inferiore da sfruttare ma, riconosciuta loro la cittadinanza italiana, gli riserva lo stesso trattamento dei nazionali. Ai libici, come agli italiani, saranno distribuiti poderi da coltivare. Anche per loro, inoltre, saranno costruiti dieci villaggi rurali libici, questa volta dai nomi arabi: i maggiori erano El Fager (Alba), Nahima (Deliziosa) ed Azizia (Profumata).»

(Daniele Lembo)

Nel 1938 il governatore Italo Balbo portò 20 000 coloni italiani in Libia e fondò per loro ventisei nuovi villaggi, principalmente in Cirenaica.[15] Inoltre cercò di assimilare i musulmani libici con una politica amichevole, fondando nel 1939 dieci villaggi per gli Arabi e i Berberi libici: "El Fager" (al-Fajr, "Alba"), "Nahima" (Deliziosa), "Azizia" (‘Aziziyya, "Meravigliosa"), "Nahiba" (Risorta), "Mansura" (Vittoriosa), "Chadra" (khadra, "Verde"), "Zahara" (Zahra, "Fiorita"), "Gedida" (Jadida, "Nuova"), "Mamhura" (Fiorente), "Beida" (al-Bayda', "La Bianca").[16]

Tutti questi villaggi avevano la loro moschea, scuola, centro sociale (con ginnasio e cinema) ed un piccolo ospedale, una novità assoluta per il mondo arabo del Nord Africa.

Dopo l'eventuale vittoria contro gli Alleati, la Libia doveva essere parte del progetto fascista di una Grande Italia nella sua sezione costiera (arancione), mentre l'interno sahariano doveva fare parte dell'Impero Italiano (verde)

Anche il turismo venne curato con la istituzione dell'ETAL, Ente turistico alberghiero della Libia che promuoveva alberghi, linee di autobus di gran turismo, spettacoli teatrali e musicali nel teatro romano di Sabratha, il Gran Premio di Tripoli, disputato su due circuiti diversi dal 1925 al 1940: nel 1934 venne costruito, nell'oasi di Tagiura e su iniziativa dell'Automobil Club di Tripoli, il nuovo Autodromo della Mellaha, fra i più moderni e attrezzati del mondo, su cui si corsero le edizioni del gran Premio dal 1934 al 1940.

Il 9 gennaio 1939 venne emanato il Regio decreto n°70 volto ad integrare i quattro commissariati provinciali costieri nel territorio del Regno. Con tale provvedimento veniva istituita una cittadinanza speciale accessibile ai cittadini musulmani, che dava all'interno della colonia gli stessi diritti goduti dagli italiani nella madrepatria, salvo le modificazioni di diritto privato imposte dalla diversa religione. Tali diritti erano tuttavia valevoli solo in Africa, essendo esplicitamente esclusa ogni equiparazione con l'ordinaria cittadinanza metropolitana.[17]

All'inizio della Seconda guerra mondiale vi erano circa 120 000 Italiani in Libia, ma Balbo aveva in progetto di raggiungere il mezzo milione di coloni italiani negli anni sessanta.[18] Del resto Tripoli aveva già nel 1939 una popolazione di 111 124 abitanti, dei quali 41 304 (37%) erano italiani. Italo Balbo nel 1940 aveva costruito 4 000 km di nuove strade (la più nota era la Via Balbia col suo nome, che andava lungo la costa da Tripoli a Tobruk); analoga crescita invece non ebbero le ferrovie, la cui rete raggiunse la massima espansione (circa 400 km) nel 1926, a parte alcuni tentativi effettuati tra il 1941 e il 1942, poco prima della perdita della colonia.[19]

La seconda guerra mondiale devastò la Libia italiana e costrinse i coloni italiani a lasciare in massa le loro proprietà, specialmente nella seconda metà degli anni quaranta.

Ecco gli italiani in Libia secondo diverse stime e censimenti:

Anno Italiani Percentuale Abitanti Libia Fonte
1936 112 600 13,26% 848 600 Enciclopedia Geografica Mondiale K-Z, De Agostini, 1996
1939 108 419 12,37% 876 563 Guida Breve d'Italia Vol. III, C.T.I., 1939
1962 35 000 2,1% 1 681 739 Enciclopedia Motta, Vol. VIII, Motta Editore, 1969

Fine della colonia e dibattito sulle compensazionimodifica | modifica wikitesto

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Relazioni bilaterali tra Italia e Libia.

Nei trattati del 1947 l'Italia ha dovuto rinunciare a tutte le sue colonie, compresa la Libia. Vi fu comunque nel 1946 un vano tentativo di mantenere la Tripolitania come colonia italiana (assegnando la Cirenaica alla Gran Bretagna ed il Fezzan alla Francia).

I rapporti tra l'Italia e la Libia sono stati caratterizzati da una parte da lunghe discussioni sulla compensazione per i danni subiti dai Libici durante il colonialismo italiano e dall'altra da richieste di risarcimenti da parte dei rimanenti italiani in Libia (che furono costretti a perdere tutte le loro proprietà ed a esulare come quasi apolidi[20] in Italia dopo l'ascesa al potere del colonnello Gheddafi nel 1969).

Secondo stime del governo libico (contestate dall'AIRL) nel suo complesso la conquista della Libia e le successive repressioni italiane costarono la vita di circa 100 000 cittadini libici su una popolazione stimata di 800 000 abitanti.[21]

Dopo trattative durate diversi anni tra il Governo italiano e il leader libico Mu'ammar Gheddafi, il 30 agosto 2008 è stato firmato un accordo (Accordo di Bengasi) che prevede una compensazione del valore complessivo di 5 miliardi di dollari usa. La compensazione comprende la realizzazione di diverse infrastrutture tra cui l'autostrada da Ras Jdeir ad Assaloum, collegando Egitto con Tunisia attraversando la costa libica. Duecento abitazioni. Il pagamento delle pensioni di guerra ai libici che vennero impiegati in combattimento dal Regio Esercito Italiano. La creazione di un comitato di consultazioni politiche e di un partenariato economico. Il finanziamento di borse di studio per studenti libici. La fornitura di un radar per il controllo delle frontiere meridionali della Libia realizzato da Finmeccanica. Il 30 agosto 2008 è stata inoltre restituita la statua della Venere di Cirene. L'accordo, che comprende diverse fasi di attuazione con scadenze comprese dai 25 ai 40 anni, comprende un ampio capitolo relativo alla lotta all'immigrazione clandestina diretta in Italia, alla collaborazione industriale e alle forniture energetiche. Rimane non completamente risolta la questione relativa ai cittadini italiani espulsi dalla Libia nel 1970.

Notemodifica | modifica wikitesto

  1. ^ Federica Saini Fasanotti, p. 41.
  2. ^ Federica Saini Fasanotti, p. 42.
  3. ^ Domenico Quirico, Lo squadrone bianco, Le Scie, Milano, Edizioni Mondadori, 2002, pp. 309-310, ISBN 88-04-50691-1.
    «Aveva intuito la strategia giusta per battere la guerriglia che ci aveva angosciato per vent'anni: mobilità, rapidità negli spostamenti, bisogna essere più veloce del nemico, non dargli tregua, arrivare sempre prima di lui. E gli ascari eritrei e libici, i meharisti e la cavalleria indigena servirono perfettamente allo scopo; integrati nelle "colonne mobili" diedero un apporto fondamentale alla pacificazione della Libia, grazie alle autoblinde, ai camion, all'aviazione che consentivano di spingersi nel cuore dei santuari nemici dove fino ad allora l'asprezza del deserto aveva fermato perfino l'impeto degli ascari.».
  4. ^ Ernesto Nassi, Rodolfo Graziani, soldato o criminale di guerra?, A.N.P.I. Provinciale di Roma. URL consultato il 6 gennaio 2017.
  5. ^ Campi d'Africa, su criminidiguerra.it. URL consultato il 6 gennaio 2017.
  6. ^ Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna. Vol. IX. Il fascismo e le sue guerre 1922-1939, 9ª ed., Milano, Feltrinelli, 2002, p. 181, ISBN 88-07-80804-8.
  7. ^ Ormai privo di ogni sostegno e sconfitto, Omar al-Mukhtar vide disperdersi i guerriglieri e fu ferito e catturato l'11 settembre 1931 durante la Battaglia di Uadi Bu Taga in uno scontro a fuoco con collaborazionisti libici, che per poco non lo fucilarono. Domenico Quirico nel suo libro Lo squadrone bianco scrisse che «a catturare Omar al-Mukhtar fu uno squadrone di altri libici che servivano nei nostri reparti a cavallo… Fu pura fortuna, perché il destriero di quel vecchio guerriero nella fuga inciampò facendo cadere a terra il suo padrone. L'uomo aveva un fucile a tracolla a sei cartucce, ma essendo ferito a un braccio non riusciva a puntare la sua arma. Il libico che vestiva la nostra divisa puntò il fucile e stava per sparare, non c'era pietà in quella guerra fratricida. Si fermò quando l'uomo lanciò un grido: 'Sono Omar el Muchtàr'. Fu trasferito via mare a Bengasi, dove subì una parvenza di processo ed ebbe un breve colloquio con Graziani.» Il 16 settembre venne impiccato in catene nel campo di concentramento di Soluch, davanti a 20 000 libici fatti affluire dai vicini lager. La morte di Omar Al-Mukhtar segnò la fine della resistenza libica e la riunificazione delle tre province sotto il comando italiano.
  8. ^ Video con immagini dell'accoglienza a Mussolini da parte delle popolazioni libiche nel 1937, Archivio dell'Istituto Luce. URL consultato il 6 gennaio 2017.
  9. ^ (EN) Winston Churchill, The Second World War, Londra, 1952, ISBN 978-0-7126-6702-9.
  10. ^ Gazzetta ufficiale, Governo italiano, del 21 dicembre 1934. URL consultato il 6 gennaio 2017.
  11. ^ “Soluch-Cirenaica, Moschea costruita dal Governo Italiano”. 1935 ca., La Repubblica. URL consultato il 6 gennaio 2017.
  12. ^ Filmato audio Sami Bennagma, Tripoli Grand Prix 1937 سباق الملاحة, su YouTube, 6 ottobre 2008. URL consultato il 31 gennaio 2016.
  13. ^ (EN) 2010 "Tripoli International Fair", su maghrebwatch.wordpress.com, 25 aprile 2010. URL consultato il 6 gennaio 2017.
  14. ^ Arrigo Petacco e Mario Lombardo, Le colonie e l'impero dall'archivio fotografico TCI, Milano, Touring Editore, 2004, p. 128. URL consultato il 6 gennaio 2017.
  15. ^ (EN) Ion Smeaton Munro, Trough Fascism to World Power: A History of the Revolution in Italy.
  16. ^ Nuove cittadine per Arabi: sezione Libia (PDF), Università di Napoli Federico II. URL consultato il 6 gennaio 2017.
  17. ^ Gazzetta ufficiale, Governo italiano, del 3 febbraio 1939. URL consultato il 6 gennaio 2017.
  18. ^ (EN) Hellen Chapin Metz, Libya: A Country Study.
  19. ^ Ferrovie italiane nella colonia libica (PDF), Università di Siena. URL consultato il 6 gennaio 2017 (archiviato dall'url originale il 22 luglio 2011).
  20. ^ (EN) Situazione legale degli Italiani profughi.
  21. ^ Angelo Del Boca, Italiani Brava Gente?, 4ª ed., Vicenza, Neri Pozza, 2010 [2004], ISBN 978-88-545-0319-9.

Bibliografiamodifica | modifica wikitesto

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  • Bertarelli, Luigi Vittorio. Guida d'Italia : Possedimenti e colonie, Touring Club Italiano, Milano, 1929
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  • Calace, Francesca (a cura di), «Restituiamo la Storia» – dagli archivi ai territori. Architetture e modelli urbani nel Mediterraneo orientale. Gangemi, Roma, 2012 (collana PRIN 2006 «Restituiamo la Storia»)
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  • Del Boca, Angelo. Gli italiani in Libia. Vol. 2. Milano, Mondadori, 1997.
  • Del Boca, Angelo. La disfatta di Gasr Bu Hadi, Mondadori, Milano 2004.
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  • Graziani, Rodolfo. La riconquista del Fezzan, Mondadori, Verona 1934.
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  • Mainoldi, Pietro. La conquista della Libia. Cronistoria dell'occupazione militare 1911-1930. Bologna, SAI, 1930
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  • Mezzetti, Ottorino. Guerra in Libia – esperienze e ricordi, Cremonese Editore, Roma 1933.
  • Ministero degli Affari Esteri. L'Italia in Africa. Serie storico-militare. Volume I: L'opera dell'Esercito. Tomo III: Avvenimenti militari e impiego. Libia. Testo di Massimo Adolfo Vitale, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1962
  • Pantano Gherardo. Ventitré anni di vita africana, Casa Editrice Militare Italiana, Firenze 1932.
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  • Federica Saini Fasanotti, Libia 1922-1931. Le operazioni militari italiane, Roma, Stato Maggiore dell'Esercito ufficio storico, 2012, ISBN 978-88-96260-28-9.
  • E. SALERNO, Genocidio in Libia. Le atrocità nascoste dell’avventura coloniale, Manifesto Libri, 2005.

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