Prima battaglia del Tembien

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Prima battaglia del Tembien
parte della Guerra di Etiopia
Data19 gennaio 1936 - 24 gennaio 1936
LuogoTembien (Etiopia)
EsitoVittoria difensiva italiana
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Gruppo Bande
2ª Divisione CC.NN. "28 ottobre"
1ª Divisione eritrea
2ª Divisione eritrea
5.000 regolari abissini di ras Immirù
20.000 regolari abissini di ras Sejum e di ras Cassa
Perdite
665 italiani
417 eritrei
5.000 abissini
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La prima battaglia del Tembien fu un confronto armato della guerra d'Etiopia che vide un deciso tentativo di sfondamento del fronte italiano da parte delle truppe abissine di ras Cassa, inquadrate nell'esercito etiopico. La battaglia vide una prima fase in cui le truppe italiane passarono all'attacco per anticipare la prevista offensiva abissina[1] e una seconda parte in cui la controffensiva etiope nella battaglia di Passo Uarieu costrinse le truppe italiane a lasciare le posizioni raggiunte per difendere la posizione chiave nel Tembien.

Antefattomodifica | modifica wikitesto

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Offensiva etiope di Natale.

Giunte a contatto con le postazioni italiane verso metà dicembre, le truppe abissine diedero il via all'Offensiva etiope di Natale.

Nella notte tra il 14 e il 15 dicembre le avanguardie di ras Immirù attraversato il fiume Tacazzè impegnarono un Gruppo Bande, al comando del maggiore Luigi Criniti. Un altro contingente abissino guadò il Tacazzè più a nord al fine di tagliarne la ritirata. Le truppe italiane in ritirata caddero in trappola nella stretta di Dembeguina, dove, accerchiate, lasciarono sul campo metà degli effettivi[2] prima di riuscire ad aprirsi un varco per raggiungere il primo avamposto italiano di Endà Selassiè presidiato dal comandante Carlo Emanuele Basile.[3] Di lì le truppe italiane si ritirarono a Selaclacà difesa dalla 24ª Divisione fanteria "Gran Sasso", e da qui la ritirata delle forze italiane proseguì fino ad Axum. Nel frattempo ras Immirù, pur sotto violenti bombardamenti aerei, riuscì a far attraversare il Tacazzè ad altri reparti abissini portando le proprie truppe ad oltre ventimila uomini, e forte di questi uomini continuò l'offensiva rioccupando lo Scirè. Contemporaneamente le truppe di ras Sejum e di ras Cassa attaccarono nel Tembien, presidiato dai soli quattro battaglioni del generale Diamanti. Per salvare almeno Abbi Addi Badoglio inviò in appoggio la 2ª Divisione eritrea di Vaccarisi e la 2ª Divisione CC.NN. "28 ottobre" di Somma. Il 18 dicembre l'armata abissina tentò di espugnare senza fortuna Abbi Addi, mentre un tentativo italiano di spezzare lo schieramento abissino presso l'Amba Tzellerè fallì. Il 27 dicembre, Abbi Addi ormai indifendibile fu abbandonata e gli italiani ripiegarono sulle posizioni fortificate di passo Uarieu.[4][5]

Ad inizio gennaio Badoglio rinforzò ulteriormente le proprie difese schierando su tutto il fronte 500 cannoni, quando però fu in grado di riprendere l'iniziativa si avvide che le armate di ras Cassa e ras Sejum stavano per rimettersi in marcia nel Tembien. Il piano etiopico era chiaro: sfondare le difese italiane nel Tembien, prendere alle spalle Macallè e spaccare in due lo schieramento delle truppe italiane; a questo punto ras Immirù avrebbe attaccato i campi trincerati di Adua e Axum, isolati dal grosso delle truppe italiane, con lo scopo di portare la guerra in Eritrea.[6]

La battagliamodifica | modifica wikitesto

Posto di fronte alla scelta di aspettare l'attacco per pararlo o di attaccare per primo sfruttando l'effetto sorpresa, Badoglio optò per la seconda possibilità.[6]

L'offensiva italianamodifica | modifica wikitesto

Il 19 gennaio le truppe italiane erano in movimento su tutto il fronte: sull'estrema sinistra del fronte il III Corpo d'armata uscì da Macallè fino a spostarsi in posizione dominante sulla valle del Gebat in modo tale da sbarrare la strada ad un eventuale soccorso che l'armata di ras Mulughietà avrebbe potuto fornire a ras Cassa, dall'altro estremo del fronte, nello Scirè, una colonna del II Corpo d'armata uscì dal campo trincerato di Axum tornando ad occupare passo Af Gagà.[7]

Dopo essersi protetto sui fianchi, Badoglio attaccò nel Tembien: da passo Abarò, sulla sinistra, si staccarono alcuni battaglioni della 2ª Divisione eritrea di Vaccarisi che, divisi in due colonne agli ordini del generale Dalmazzo e del colonnello Tracchia, avevano come obiettivo l'occupazione della regione tra Melfà e Quarar; una colonna minore al centro era diretta su Abba Salamà, mentre sulla destra era prevista una sortita da passo Uarieu verso la valle del Beles per impegnare le truppe abissine. Questa colonna però, secondo gli ordini che Badoglio diede a Pirzio Biroli, doveva esercitare un'azione semplicemente dimostrativa senza distaccarsi troppo dal passo e senza correre rischi di essere attaccata.[7]

Sulla sinistra le truppe abissine si difesero strenuamente ma alla fine della giornata furono costrette alla ritirata in direzione del Monte Lata mentre i battaglioni di ascari occuparono alcune alture sino ad arrivare a 8 km da Melfà; al centro la colonna minore, fortemente contrastata dal fuoco nemico, riuscì comunque ad arrivare all'Amba Cossà, mentre sulla destra l'azione dimostrativa nella valle del Beles si concluse come previsto.[7]

L'errore del generale Diamantimodifica | modifica wikitesto

Durante il primo giorno di battaglia le operazioni si svolsero come previsto, ma il secondo giorno un grave errore del generale Diamanti rischiò di mettere a rischio le sorti non solo della battaglia ma forse dell'intera campagna. Una colonna di camicie nere forte di 1500 uomini agli ordini del generale Filippo Diamanti uscì come previsto dalle fortificazioni di passo Uarieu, ma, una volta giunta al torrente Beles, trasgredendo agli ordini di Badoglio varcò il torrente e proseguì per alcuni chilometri facendosi attaccare dagli avversari nella zona di Daran.[7][8]

Nel frattempo le colonne poste sull'altro lato del fronte conquistarono senza combattere il Monte Lata, ma anziché puntare sulla Debra Ambra, come ordinato da Pirzio Biroli per minacciare da un lato le truppe etiopi e alleggerire la pressioni sul gruppo di Diamanti, indugiarono sul monte dove sorpresi dalle tenebre trascorsero la nottata.[7][9]

Gli uomini del generale Diamanti, circondati da forze 10 volte superiori, iniziarono la ritirata verso il passo lasciando sul campo più di 260 morti fra i quali figurava anche Reginaldo Giuliani, che diverrà un martire del Fascismo. Il XII Battaglione indigeni intervenne per salvare i sopravvissuti e ripiegare nuovamente su Passo Uarieu difeso dalle forze della 2ª Divisione CC.NN. "28 ottobre" del generale Somma[7]

La battaglia di Passo Uarieumodifica | modifica wikitesto

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: battaglia di Passo Uarieu.

Una volta rientrata la colonna Diamanti al passo, gli italiani furono rapidamente stretti d'assedio dagli abissini che occuparono anche le fonti d'acqua. Pirzio Biroli, comprendendo che dalla tenuta del presidio a passo Uarieu probabilmente dipendevano le sorti dell'intero conflitto, decise di inviare là tutte le forze disponibili, anche a costo di cedere le posizioni conquistate il giorno precedente.[10] Fu inoltre utilizzata tutta l'aviazione disponibile che fece anche uso di bombe ed iprite sulle truppe etiopiche.[11]. Il giorno dopo l'inizio dell'assedio un aereo italiano lanciò un messaggio sugli assediati con scritto: «Coraggio, mio Somma, Vaccarisi è vicino. Le tue camicie nere stanno scrivendo una pagina magnifica. Resisti ed avrai la vittoria»[12].

Dopo tre giorni di assedio la 2ª Divisione eritrea del generale Vaccarisi raggiunse gli assediati rompendo l'assedio e disperdendo gli assedianti guidati da ras Cassa. Se la guarnigione di Passo Uarieu avesse ceduto gli abissini sarebbero dilagati nella piana di Macallè compromettendo l'intera campagna bellica.[13]. Lo stesso Badoglio aveva già predisposto l'abbandono della piazzaforte di Macallè per ripiegare su Adigrat temendo che potessero crollare le difese di passo Uarieu.

La battaglia terminò la mattina del 24 gennaio, e con essa l'intera Prima battaglia del Tembien.

Esito della battagliamodifica | modifica wikitesto

Il risultato della battaglia fu un sostanziale pareggio: anche se entrambi i contendenti alla fine degli scontri cantarono vittoria, in definitiva le posizioni tenute rimasero le stesse. Lo stesso Badoglio sostenne nel suo libro di memorie che: «La situazione era così ristabilita. La battaglia è vinta, anche se non ha raggiunto i suoi obiettivi finali di rigettare il nemico a sud del Ghevà. Vinta perché essa era riuscita a prevenire e a stroncare l'offensiva dell'avversario il quale, a causa delle gravi perdite che ha subito e del quasi totale esaurimento delle munizioni, è costretto all'inerzia più completa».[14]

Giuseppe Bottai sul suo diario scrisse: «L'azione è finita. O meglio; mancata. L'eroico contegno della 28 ottobre, del Gruppo Diamanti, la nostra avanzata decisa su queste posizioni e il rastrellamento, da noi compiuto, della confluenza Calaminò-Ghevà, le maggiori perdite del nemico (oltre 5000 morti) non bastano a convertire un'azione mancata in una vittoria. Non ha vinto il nemico; non abbiamo vinto noi. Ci esauriamo nello status quo».

Le enormi perdite subite dall'esercito abissino tolsero loro la possibilità di pianificare nuove iniziative costringendo i ras di Hailè Selassiè alla difensiva. Dopo la Prima battaglia del Tembien saranno sempre le armate italiane a decidere le offensive.

Notemodifica | modifica wikitesto

  1. ^ Gli italiani in Africa Orientale, volume II la conquista dell'impero, Cles (TN), Arnoldo Mondadori, Ristampa del 1992, p. 521, ISBN 88-04-46947-1.
  2. ^ Angelo Del Boca,Gli italiani in Africa orientale II, Edizioni Mondadori 2000 pag.477 "Fra il 13 e il 14 dicembre le avanguardie di ras Immirù e del degiac Ajaleu Burrù, sfuggendo miracolosamente all'osservazione aerea, si avvicinano ai guadi del Tacazzè e nella notte fra il 14 e il 15 attraversano il fiume in due punti. Circa duemila uomini, al comando del fitautari Sciferra, uno dei luogotenenti di Ajaleu, guadano il Tacazzè a Mai Timchet, dove passa la carovaniera Gondar-Adua, e subito impegnano il Gruppo Bande del maggiore Criniti, forte di mille àscari e appoggiato dallo Squadrone di CV33 "Esploratori del Nilo" al comando del capitano Crippa. Un secondo contingente, costituito da tremila soldati di ras Immirù, in divisa cachi e dotato del miglior armamento (mitragliatrici pesanti, mitra di fabbricazione belga e bombe a mano), varca il fiume ad Addi Aitecheb, quindici chilometri più a monte e, guidato dai monaci di Debrà Abbai e da paesani, punta per viottoli ritenuti impraticabili al passo di Dembeguinà, con il proposito di tagliare la ritirata agli ascari del maggiore Criniti."
  3. ^ Angelo Del Boca,Gli italiani in Africa orientale II", Edizioni Mondadori 2000 pag.480 "Quando a sera riesce ad aprirsi un varco in direzione di Selaclacà, quasi metà dei suoi uomini è rimasta sul campo, fra morti e feriti (9 ufficiali, 22 nazionali e 370 ascari eritrei, secondo le fonti italiane; 150 nazionali e 200 eritrei, secondo l'inattendibile bollettino etiopico). I superstiti, 420 di cui 125 feriti gravi, riescono a raggiungere nella nottata, sempre tallonati dagli etiopici, Endà Selassiè, il primo avamposto italiano, che ha per comandante l'ex federale di Torino, Carlo Emanuele Basile."
  4. ^ Gli italiani in Africa Orientale, volume II la conquista dell'impero, Cles (TN), Arnoldo Mondadori, Ristampa del 1992, pp. 482-486, ISBN 88-04-46947-1.
  5. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero pag 115 "Nei giorni che seguirono gli abissini incoraggiati dallo scacco inferto al nemico, proseguirono nell'offensiva: Immirù riconquistò la regione dello Scirè giungendo alle porte di Axum, mentre le armate di ras Cassa e di ras Sejum dilagarono nel Tembien. Il giorno di Natale del 1935 gli italiani furono costretti ad abbandonare anche il villaggio di Abbi Addi e a lasciare agli etiopi tutto il Tembien meridionale. Si ritirarono infatti sul passo Uarieu che sbarrava l'ingresso alla conca di Macallè, dove si riorganizzarono in un campo trincerato".
  6. ^ a b Gli italiani in Africa Orientale, volume II la conquista dell'impero, Cles (TN), Arnoldo Mondadori, Ristampa del 1992, pp. 521-522, ISBN 88-04-46947-1.
  7. ^ a b c d e f Gli italiani in Africa Orientale, volume II la conquista dell'impero, Cles (TN), Arnoldo Mondadori, Ristampa del 1992, pp. 523-525, ISBN 88-04-46947-1.
  8. ^ Dopo essere stato oggetto di critiche molto aspre, il generale Diamanti tentò di scagionarsi incolpando il suo superiore Somma: in una articolo per la rivista Historia nel 1966 scrisse che una volta giunto al Beles mosse alcune obiezioni a Somma ricordandogli le direttive di Badoglio, ma che alla risposta di Somma che dal suo osservatorio aveva potuto valutare le forze nemiche nella zona, proseguì senza obiettare per paura di essere tacciato di codardia. Riferimento bibliografico nota 12 pag 524 del libro di A. Del Boca citato in nota precedente
  9. ^ Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale - 2. La conquista dell'Impero, MONDADORI, 14 ottobre 2014, ISBN 9788852054952. URL consultato il 02 giugno 2016.
  10. ^ Angelo Del Boca,Gli italiani in Africa orientale II", Edizioni Mondadori 2000 pag.477 "Intanto prosegue la manovra di aggiramento del campo fortificato di passo Uarieu, Pirzio Biroli si rende conto della gravità della situazione e dell'urgenza di accorrere in aiuto della 28 ottobre, alla quale in questo momento sono affidate non soltanto le sorti della battaglia, ma dell'intera campagna. Come lo stesso Badoglio riconoscerà più tardi, se gli etiopici fossero riusciti a superare le difese di passo Uarieu e a puntare su Hausièn interrompendo la linea di rifornimento di Macallè, "l'andamento della campagna avrebbe avuto, come ovvio, ben altro andamento". Pirzio Biroli ha davanti a sé due soluzioni: quella di procedere, con le forze riunite a Lata, su Abbi Addi e cogliere alle spalle l'avversario; oppure quella di abbandonare tutto il territorio conquistato nei primi due giorni di battaglia, riunire le forze a passo Abarò e, per Addi Zubbahà, puntare su passo Uarieu. Anche se quest'ultima soluzione richiede maggior tempo per la sua attuazione e comporta l'annullamento dei vantaggi ottenuti, il comandante del I corpo d'armata opta per questa per poter agire con tutte le forze riunite e attaccare l'avversario sul fianco nel caso riuscisse a progredire verso nord, verso l'Eritrea."
  11. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero pag 122 "Oltre alle bombe, gli aerei italiani lanciarono sull'armata nemica dei cilindri che all'impatto con il terreno si rompevano e liberavano un liquido incolore che si spandeva nell'aria emanando un odore di mostarda: era iprite, il gas che aveva seminato la morte nelle trincee della prima guerra mondiale.".
  12. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero pag 121
  13. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero pag 115 "Se ras Cassa fosse riuscito a superare il passo avrebbe avuto via libera per penetrare nel profondo delle retrovie dello schieramento italiano e aggirando Macallè sfondare verso Adua e l'Eritrea."
  14. ^ Pietro Badoglio, Guerra d'Etiopia, Mondadori, Milano (1937)

Bibliografiamodifica | modifica wikitesto

  • Angelo del Boca Gli italiani in africa orientale, volume II la conquista dell'impero, Oscar Mondadori, Cles (TN), 1992 ISBN 88-04-46947-1
  • Arrigo Petacco, Faccetta nera. Storia della conquista dell'impero, Oscar Mondadori, Cles (TN), 2005, ISBN 8804547618

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